ACHILLE GEREMICCA.
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AMORE MATTUTINO.
NOVELLE.
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1932 ITEA Editrice, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Tra le cose che colpiscono maggiormente in questa raccolta di novelle  lestrema cura con la quale scrive lautore.
Geremicca mira alla adeguatezza del vocabolo, alla precisione della frase, alla disposizione armoniosa del periodo. La sua scrittura sembra sgorgata di getto, ma certo ha richiesto un attento lavoro per riuscire a non cadere mai, da un lato, nella sciatteria e dallaltro nellartificiosa leccatura e abbellimento.
Geremicca  abilissimo a presentare a lettrici e lettori il cuore umano che sogna e che si tormenta, la passione damore che si abbatte su anime buone e lanelito verso un amore sognato, sperato, creduto, ma non raggiunto e perduto per sempre.
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L'AUTORE.
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Achille Geremicca nacque a Napoli nel 1897; il padre fu il noto botanico Michele Geremicca. Mostr predisposizione alla scrittura fin da giovinetto.
Dopo la laurea inizi una carriera di insegnamento di Italiano allIstituto darte; carriera che fu breve, perch prefer dedicarsi ad altra occupazione piuttosto che entrare in conflitto con i suoi ideali politici e morali di stampo liberale, nel momento in cui era diventato praticamente obbligatorio per i docenti di ogni ordine e grado avere la tessera del partito fascista. Il tutto senza mai pubblicizzare o dare risalto a questa sua rinuncia, in sintonia con un carattere schivo e malinconico.
Fu collaboratore dellArchivio storico del Banco di Napoli, attivit che lo occup per il resto della sua vita. Fu amico di Benedetto Croce e poi si dedic allattivit di scrittore. Alla caduta del fascismo, si dedic pi compiutamente al giornalismo, occupandosi in una prima fase della cronaca cittadina, forse non troppo congeniale alla sua natura pacata, ma che condusse comunque soffermandosi di preferenza sui fatti concernenti la vita universitaria, larte, la cultura, il costume. Mor a Napoli nel 1951.
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AMORE MATTUTINO.
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Ad Anna Maria Cutolo Pepere.
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Indice.
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AMORE MATTUTINO.
LA RISSA.
APPASSIONATAMENTE.
ANTONIETTA.
UNA SERA D'AUTUNNO.
LA PAURA DEL BOSCO.
SCARPINE DI SETA.
TRAMONTO.
L'OROLOGIO COL CARILLON.
LA GUARIGIONE.
BIEMME.
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Fine Indice.
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AMORE MATTUTINO.
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Nel piccolo paese natio, Giorgio si preparava da solo, con la guida del padre medico, agli esami liceali che sarebbe andato a fare in citt. Per disporre di pi tempo e dar maggiore raccoglimento allo studio, decise d'alzarsi assai presto, ogni mattina, quando ancora tutti in casa dormivano. E come gi aveva preso e manteneva da pi giorni quest'abitudine, Adelaide, la vecchia serva che non si liberava mai dalla tosse, lo preg di volere aprir lui al capraio, cosicch ella potesse restarsene a letto un po' pi a lungo. Le capre salivan proprio fin dinanzi alla porta, a cui l'uomo batteva con una mano: poi mungeva il latte sul pianerottolo, sotto gli occhi di Giorgio.
Sta' attento che riempia il bicchiere fin qui: l'altra volta era mancante, aveva detto Adelaide, Abbi giudizio anche in questo, come l'hai nello studio.
Ora, una mattina, l, sul pianerottolo, non gli apparve il capraio, ma una ragazza con uno scialletto sulle spalle e in mano un ramo al quale era rimasta attaccata qualche foglia. Tutt'e due si guardarono meravigliati: ella aveva un visino grazioso sotto dei bruni capelli crespi, le folte sopracciglia che si congiungevano, due occhi tranquilli e una vaga rassomiglianza con le sue caprette; ma gi, avvolto nello scialle, il palpito del seno. Come Giorgio le porse il bicchiere, si chin a mungere, quasi in ginocchio, dopo aver deposto a terra il ramo; e faceva tutto con pi lentezza, pi attenta cura dell'uomo, senza mai levare il viso. Il crespo dei suoi capelli, la frangia dello scialletto, insieme con la lana delle capre e il loro belato, davano a Giorgio un piacevole senso di tepore, come se riscaldassero, su quel pianerottolo sfinestrato, il mattino invernale.
Ripreso lo studio, egli rivide due o tre volte sulle pagine del libro il visetto della capraia. E, la mattina dopo, sentendo battere alla porta delle scale, and ad aprire gi con un poco di timore che fosse il solito uomo. Invece era lei; e a vederle il rametto in mano Giorgio pens che, certo, aveva battuto alla porta con quello, come farebbe sempre che venisse.
Questa volta, per salutare, sorrise; e in ricambio anche Giorgio, che mentre ella mungeva, le domand dell'uomo. Era il padre; ma da ora innanzi sarebbe lei sola a portar le capre, giacch avevano comprato una vacca e il padre la conduceva nel paese vicino.
Di giorno in giorno fecero sempre pi amicizia, ma senza scambiarsi troppe parole, con vicendevole timidit. Pareva per che ogni volta ella esitasse per compiacenza a spinger dal pianerottolo gi per le scale le caprette riluttanti, liete di soffregarsi al muro. Fin dal principio aveva riempito per bene il bicchiere: ora Giorgio lo riceveva sempre cos colmo, che, riportandolo in cucina, doveva badare che non traboccasse o ne suggeva qualche sorso, talora, da che lei l'aveva invitato quasi pregandolo.
Avvenne cos che a far levar Giorgio dal letto nelle prime ore non fu pi il pensiero dei suoi studi, ma quello della graziosa e gentile capraia, che si chiamava Venanzina, annunciantesi col colpettino del ramo sulla porta; e che l'immagine di lei si fuse naturalmente col rosato tingersi del cielo, nell'inoltrarsi del marzo, coi canti dei galli dai terrazzi e dagli orti, con le prime voci degli uccelli e delle campane. Giacch andava appunto per i suoi esami traducendo Omero, nei versi ove appare l'aurora accompagnata dal seguito di fresche lodi, egli vedeva sempre lei, quando gli appariva sorridente all'aprir della porta o quando si piegava a mungere, inchinando l'ingenua, rosea fronte sotto i capelli crespi.
Or ella non cercava pi di dar pretesti al suo piacere d'indugiare, meno vergognosa negli atti e pure assai pi spesso turbando il volto di rossore: una volta sedette sullo scalino, mentre gli domandava dei suoi studi e che cosa avrebbe fatto da grande, se l'avvocato o il medico come il padre; finch anche lui and a sederle accanto, posando a terra, all'altro lato, il bicchiere del latte.
Presero cos animo di farlo sempre, senza trovar molto da dirsi, eppure tutt'e due assai svogliati di doversi levare; spesso una capra urtava il dorso di Giorgio, che si voltava, ridendo, a respingerne la testa bassa e ostinata.
Appunto una di queste volte, nel combattere seduti con la capra che voleva strofinarsi alle loro spalle, cascarono insieme abbracciati sullo scalino, e lui le soffoc le risa sulla bocca, baciandola e premendo al suo il piccolo seno agitato da cui era sfuggito lo scialle.
Quei cinque minuti mattutini divennero cos la gioia di tutta la giornata; e appena trascorsi egli si metteva ad aspettar che tornassero, quasi le ventiquattro ore fra mezzo fossero esse qualche minuto. N gli veniva mai il pensiero di poter vedere Venanzina in altra ora o altro luogo: Venanzina ch'egli invocava per casa, cantando i versi aurorali d'Omero.
Venne giugno, egli fece i suoi esami, poi and a trascorrere le vacanze dai nonni: l'inverno successivo tutta la sua famiglia si stabil in citt, e nella casa del paese rest solo, con la serva Adelaide, una sorella del padre.
Cos Giorgio non la rivide pi, perdendone anche il ricordo negli amori della giovinezza, o solo ritrovandone una traccia vaga, come memoria confusa di sogno, quando gli appariva un visino dalle sopracciglia congiunte.
Presto la vita lo amareggi, tormentandogli il cuore, se non con ferite profonde, con dolorosi, continui lividi. Nella professione ebbe fortuna mediocre; e il matrimonio che rimase senza figli, gli divenne in breve una catena gravosa, trascinata con astio.
Al finir d'un inverno, quando gi era presso ai quaranta, per alcuni disinganni professionali e, soprattutto, per aspri contrasti con la moglie, sent tanta stanchezza e tanto disgusto della sua vita abituale, che volle fuggirla come solo poteva: andando nel paese natio, nella casa che gli aveva lasciata la zia, e nella quale ancora viveva, vecchissima, Adelaide.
Ma dal ritrovar luoghi e cose della fanciullezza, anzich aver conforto, accrebbe lo scontento, ch'era persino del suo stato fisico: d'aver gi molti capelli bianchi, d'essersi ingrassato e di affannare per ogni piccolo sforzo.
A riandare indietro coi ricordi, non gli pareva di trovare nel suo passato, anche il pi lontano, niente che gli desse un po' di serenit e di letizia; dinanzi, vedeva sempre pi buio.
Una notte, i pensieri gli resero cos molesta l'insonnia, che s'alz e si mise a passeggiare nell'antica e vuota casa. Verso l'alba, Adelaide lo sent dalla sua camera e lo chiam.
Ora che battono alla porta, abbi pazienza, apri tu, per il latte. Dio ti benedica, figlio mio!
Le capre vanno ancora per le scale, in questo paese, si disse; ma il ricordo gli pass sul cuore appena vagamente. E quando fu battuto alla porta, and ad aprire pensando ad altro. Innanzi, dritta fra le sue capre, con uno scialletto nero sulle spalle, gli stava una donna alta e magra, dal viso emaciato, su cui grandeggiavano le sopracciglia congiunte. Tutt'e due si guardarono e, dalla distanza di venticinque anni, si riconobbero senza farne cenno.
Ma com'egli torn col bicchiere, non seppe tenersi dal dirle:
Ah, Venanzina, dov' pi quel vostro ramoscello?
Quella, incoraggiandosi, s'anim d'un tratto.
Ricordate ancora il mio nome! O Madonna, ricorda ancora il mio nome!
Torn a fissarlo per un poco, con le labbra che si muovevano come volendo e non osando aggiungere altro: poi chin la testa e s'accovacci a mungere.
Sul pianerottolo sfinestrato, dove arrivavano le voci dei galli, il ricordo di lui rialbeggiava col velato lento tremore di quel mattino di marzo.
Disse, come tra s, ma ad alta voce:
C'era Colomba con la macchia bianca sul petto, Ricciutella che zoppicava, Diavolessa che aveva un corno spuntito.
Madonna! ripet lei, e sospese di mungere per guardarlo attonita.
Quello scalino, egli accenn, quello scalino...
Ella gli stava dinanzi come in ginocchio, sempre pi incantata a guardarlo; un lento rossore le si soffuse in faccia, evocando per un attimo sulle sembianze emaciate il volto della giovinetta, poi scroll d'un tratto la testa, con un piccolo riso acuto come un grido.
O signorino, a che mai ripensate!
E dalla bocca un po' affannosa il respiro le fum nell'aria.
Allora Giorgio indovin che quella povera donna, la quale da venticinque anni, ad ogni alba, girava di scala in iscala tutto il paese, per cos lunga e stentata catena di giorni aveva sempre serbato in fondo all'animo un riflesso delle prime aurore in cui, battendo alla porta col suo rametto, vedeva comparire e sorridere il signorino innamorato; e una commozione l'invase, una tenera piet di lei e di s medesimo.
Stette in silenzio a guardar che finisse di mungere, mentre ancora dalla bocca il respiro le saliva in fumo; poi quand'ella sorse a porgergli il bicchiere colmo fino a traboccare, l'alz alle labbra con la mano un po' tremula nell'atto che pur fingeva quasi scherzoso; e come se il cuore da tanti anni non avesse sofferto che di quella sete, ne sorb avidamente un lungo sorso.
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LA RISSA.
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Dal focolare, attraverso l'uscio socchiuso, si vedeva la gente attorno alle tavole: tutta bassa gente del mare, mozzi, fuochisti, scaricanti, uomini del naviglio mercantile e talvolta anche da guerra, che bevevano forte, fumavano, sputavano, ridevano, bestemmiavano forte, nelle risate e le bestemmie, confondendo, con gli umori, gerghi e linguaggi.
Improvvisamente, dalla stessa allegria che sovraccaricava l'aria, ecco erompere il lampo d'un gesto minaccioso o un accento rimbombante come uno schiaffo: ed era lo strepito dell'alterco o, peggio, il silenzio cupo della rissa, rotto da imprecazioni smozzicate e dal tonfo delle sedie che si rovesciavano.
Allora, l nella cucina, la servetta che aveva spiato con l'orecchio teso, ma senza voltarsi, le prime avvisaglie del pericolo, e torcendo il grembiale come in segreto il cuore, aveva fatto voti per scongiurarlo, si abbandonava tremante a invocar la Madonna, con la fronte poggiata sul focolare.
Oh Madonna cara, oh bella Madonna delle Grazie (era la Madonna del suo paese) tu che puoi, tu...
Le labbra sommesse, smarrite, non sapevano dir altro, ma il cuore in affanno continuava a pregare perch "finisse presto e senza male", con pi ansia di come si prega perch passi la tempesta e le folgori non colgano.
E, come dopo una tempesta, si rialzava poi ancora pallida, ancora intontita o scossa in tutto il sangue dalla paura durata.
Era una giovanetta gracile, taciturna, sempre un po' confusa; a tutto si era abituata, l, nell'Osteria della Sirena, nei pressi del porto: al lavoro grosso, alle maniere del padrone, alla poca libert, al nomignolo di "la pastorella"; ma a quello no, proprio non poteva. N osava confidarsi alla vecchia zia che di tanto in tanto veniva a trovarla, pur sempre sperando che ella capisse e le procurasse un altro posto.
Anche nelle ore tranquille, nei momenti d'ozio, quando il cuore ritrovava qualche moto della fanciullezza recente e le suggeriva uno scherzo col compagno sguattero, subito le balzava alla mente il pensiero della volta scorsa e la paura della prossima, che poteva esser quel medesimo giorno.
La notte, il cattivo genio di quelle risse frequentava i suoi sogni, con pi furia del vero, maggiore spavento, maggiore rovina: s'ingigantivano quegli uomini, di cui gi l'aspetto reale pareva plasmato dalla violenza, che ne aveva svolto le forme in proprio servizio e perfino adattato il vestire: quelle braccia gonfie di muscoli e ignude fin sotto l'ascella, quegl'irsuti petti scoperti, quei fianchi massicci intorno ai quali era la correggia, pronta ad essere sfilata come un'arme. E gli occhi, i loro occhi, la pi torva e tremenda visione dell'incubo!
Si svegliava, e paurosa che il sogno fosse un annunzio per il giorno venturo, non poteva cancellarne dalla mente il segno pi orribile: la vista del sangue. Allora si premeva il seno sotto cui affannava il suo mite cuor di ragazza, si rivoltava bocconi sul materassino, e col viso sprofondato nel guanciale cercava ancora l'immagine della sua Madonna lontana: soave, sorridente, col bambino in grembo, la Madonna che poteva placar la furia di quegli animi torvi, come rabboniva l'onde del mare.
Tal'era la vita de "la pastorella" all'Osteria della Sirena: e ne contava le settimane, sospirando il giorno di poterne uscire, per un posto anche pi umile e faticoso, ma senza quell'affanno.
Invece avvenne che proprio per quell'aria gracile, malinconica, apprensiva, per la quale agli avventori dell'osteria, tutta gente dal gusto forte, non pareva n carne n pesce, piacesse sempre pi al padrone, cui talvolta osava sorridere come a chiedergli scusa di trovarsi l spaesata.
Era vedovo, aveva bisogno d'una donna che gli accudisse la casa: una volta che la vide portar golosamente nel grembiale un pugno di nocciuole e pi gli apparve carina in quell'atto e nella confusione d'essere stata scoperta, le disse senza preamboli di volerla sposare.
Poteva lei dir di no? Una fortuna cos straordinaria, un mutamento cos superbo! Era destino, e divenne la moglie del padrone.
Dal mezzanino sal a dormire al piano di sopra, smise il grembiale, le vesti povere, accett docilmente, come prima il lavoro grosso di serva, i comodi e gli uffici della sua condizione mutata; ma non consumando pi le mani nella fatica rude, continu a logorare il cuore nello stesso affanno.
Ora, pi di frequente che dalla cucina, guardava dalla finestra della sua camera venir gli avventori, quella gente sempre varia e sempre la medesima, d'inverno o d'estate, menata l dai quattro venti, per disperdersi e tornar di nuovo domani, con altre facce, ma con egual gusto di risse. Trepidava ora per l'uomo che era divenuto suo marito, sempre in piedi tra loro, pronto a gettarsi in mezzo ai pi furiosi, a dividerli o a spingerli fuori? Certo s, anche questo: ma soprattutto era uno spontaneo sconvolgimento dei suoi sensi miti, un'ansia di scongiurare, affannare, pregare, che si destava in lei sotto la raffica di quella violenza: la paura della pastorella. Pi la teneva segreta al marito, tra la vergogna di apparirgli sciocca, indegna della sorte cui l'aveva inalzata e il sentimento che rivelargliela a niente le sarebbe valso, pi pensava che egli non poteva indovinarla, abituato a vedere in quell'aria pallida e sempre un po' dimessa la grazia che gli era piaciuta, senza sospetto di pena, e pi ne soffriva e n'era consumata ogni volta un poco.
Pass il tempo, non fu pi fresca sposa: a che contare le settimane, se quella vita era la sua sorte? Solo si attaccava ancora alla speranza d'un figlio, d'un affetto che le ringagliardisse il cuore e lo prendesse tutto per s. Continu ad invocarlo ancora, per quanto alla gente doveva mostrarsi ormai rassegnata per non far sorridere; infine, ebbe segno d'essere stata esaudita, e la gioia dell'attesa le riemp l'animo, con un oblio quasi assoluto del suo incubo. Pareva a lei che quel riposo fosse anche al di fuori, quasi che la provvidenza per propiziar la nascita del bambino avesse ammansito gli avventori dell'osteria.
Ma qualche mese dopo il parto, ricadde nel solito spavento. Si ricord allora che nel suo voto c'era la promessa d'una visita alla Madonna delle Grazie, nella chiesa del suo paese lontano; s'atterr che di questo mancamento sarebbe castigata, preg il marito di lasciarla andare per qualche giorno in casa d'una parente che l'era restata lass, a compiere il voto, e anche a cercare di rimettersi, nella buona aria natia, della debolezza che le impediva di allevar bene il piccolo. E, col consenso del marito, part.
Al giungere in quei luoghi, tra quella cara gente pacifica, da cui s'era distaccata fanciulla, un dolce sole di festa la fece pi giovine di quanto mai fosse stata nell'et pi verde.
Anche dell'agiatezza che l'era venuta dalla sorte sent solo allora veramente il piacere, ricevendone i rallegramenti da persone che l'avevano vista allontanarsi misera, mostrandone i comodi a compagne d'infanzia. Ritrov i sentieri gi percorsi a piedi scalzi; sedette, col figliuolo al seno, sul poggio che le rammentava i primi trastulli, godendo quella pace ch'era nel cielo e all'intorno, dipinta sui visi, sospirata nei canti, presente nel tocco delle campane, come in ogni voce il cui accento domestico le accarezzava il cuore. Poteva posar la testa sull'erba, socchiuder gli occhi, e, oh, grazie a Dio! abbandonarsi fidatamente.
L'incubo era appena un tenue ricordo, un piccolo brivido che veniva a sera, quando calava il sole d'un altro giorno, e che poteva scacciare con una scossa del capo. Del resto, compiuto il voto, fatta la visita alla buona Madonna, riporterebbe nella citt un po' di quel bene, come i colori pi vivaci sulle guance del figliuoletto e sulle sue.
Fu chiamata dal marito, indugi ancora, dovette poi affrettarsi per essere a casa il giorno di Sant'Anna, che era la sua festa.
Poco dopo l'arrivo, messo il bambino nella culla, s'occup a provarsi l'abito che doveva inaugurar domani in quella ricorrenza, per far piacere al marito.
Era un pomeriggio sereno, durava in lei, come nell'aria, un senso di pace allegra, di fidato riposo che permetteva la spensieratezza. Dalla finestra aperta, per lo spiraglio del vicolo, scorgeva il mare del porto e da un pennone di nave sventolarle di faccia una bandiera. Pochi passi per la strada, e riposati anch'essi, di gente che oziava tranquilla dopo il lavoro.
Fu colta cos a tradimento, mentre s'aggiustava una piega della veste nuova: quelle bestemmie, quegli urli, quei colpi. Si sporse alla finestra, vide alcuni accorrere, altri fuggire: uno spavento orribile, uno schianto nel fianco, che le impediva di muoversi, di tender le mani, gridare il nome della Madonna.
E furono in una volta tutte le paure dell'altre innumerevoli volte, tutti gli affanni, tutte le visioni tremende.
Mentre dentro all'osteria, sulla soglia, all'intorno per il vicolo, impazzava la furia selvaggia dei rissanti, ella pareva affacciata e s'era abbattuta per sempre, senza pi forze, sul suo povero, gracile cuore, che s'era logorato, consunto fino a struggersi, ogni volta, per anni interminabili, in una vita di cui quell'ansie avevano fatto un solo lungo incubo, attraversando ogni piacere e ogni fortuna: il suo cuore di "pastorella", cos tenero, cos mite, cos bisognoso di respirar dolcezza e pace, e che alla fine s'era spezzato, e la lasciava l riversa, col tenue profilo di bimba contro il piperno del davanzale, come a nascondere il terrore che l'aveva uccisa: ignorata vittima, innocente espiatrice presso Dio delle iraconde passioni, degli odii ribollenti e sanguinari, degli spiriti torvi che aizzano gli uomini gli uni contro gli altri.
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APPASSIONATAMENTE.
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Rientrata nel tardo pomeriggio sotto una pioggia fredda e sferzante, Giulia s'era sfilata la veste e le scarpe, per buttarsi sul letto, da dove, resupina e con lo sguardo vacuo alla finestra che le raffiche continuavano a scuotere, sentiva la sera calante di autunno penetrarla di brividi, d'ombre, di luttuosa e inerte tristezza. Dietro i vetri appannati passava di tratto in tratto la forma scura d'un ramo, come un braccio che accennasse desolatamente: ella rimaneva immobile, agghiacciata nel sangue e nel cuore, senza memoria di s e del mondo, se non nell'immagine confusa di quel ramo che appariva e spariva, e le pareva dovesse ondeggiare innanzi a lei all'infinito.
Da quindici giorni aveva detto, anzi comandato un irrevocabile addio, da quindici giorni aveva infine trovato la forza, la dura forza necessaria per infrangere un amore che l'incatenava da anni, tirar s e l'altro fuori del buio, pieno d'angosce e di pericoli, ove s'erano entrambi avventurati e smarriti, vagolando alla cieca, a ogni passo inciampando in un nuovo dolore. N, in queste due settimane, s'era mai pi voltata indietro a sospirare, rievocare, rimpiangere: contro ogni previsione, allo strappo non era seguito lo strazio, ma, dal primo giorno, quasi un impietrimento del cuore.
Che le accadeva ora? Quale pena le si abbatteva all'improvviso dal cielo di autunno? Non sapeva nulla, stava esausta, riversa: unico suo senso erano quella pioggia e quel ramo ondeggiante senza posa.
Sua sorella dov chiamarla due volte, accostandosi al letto.
Giulia, una lettera per te.... un "epresso".
Un "espresso"?
Ella si rivolt, ma non stese la mano.
Daccapo! disse, poi fatta certa dalla reticenza della sorella, Va bene, lascia l...
Si rimise supina, socchiuse gli occhi; ma si sentiva in faccia una vampa di collera.
Perch scriverle ancora? venir meno al loro patto?
Ah, che uomo, che uomo era! Ebbene, quella lettera non voleva aprirla neppure, ma lacerarla, buttarla via... E anche questo senz'affanno. Poteva lasciarla l sopra, cos vicina a lei, e rimanere ad occhi chiusi, immobile, un'ora, due, tutta un'eternit!
Si sforz di non pensarci, di far cadere quella stessa vampa di collera per immergersi di nuovo nel torpore che l'aveva fin allora tenuta, ma gi per ritrovarlo s'andava agitando col rigirarsi da un fianco all'altro, e pur con le spalle voltate vedeva la lettera sul comodino, anzi ne aveva dinanzi alle pupille la prima parola "Giulia!" nel tanto conosciuto carattere, che le pareva farsi voce a chiamarla: voce fioca, ma continua, supplichevole, spirante con la tenerezza d'infinite memorie.
E se egli ricorreva a lei per una circostanza straordinaria? per darle una notizia, un avviso?
Si sollev in mezzo al letto, strapp la busta, e con rapido sguardo, nonostante il buio che gi invadeva la stanza, percorse le brevi righe.
Ma subito si mise a scuoter la testa.
No, Giovanni, no!  proprio impossibile, impossibile...
Era l'invito a un convegno per quella sera stessa, ultimo convegno, diceva lui, necessario per una ragione che le spiegherebbe a voce.
Che hai da spiegarmi? No, povero Giovanni, come vuoi che ti creda?
Alz lo sguardo dallo scritto, lo tenne un momento assorto nel vuoto, poi fece pi rapidi cenni che no, mormorando: Non debbo, non debbo.
Di nuovo si butt riversa, tenendo in una mano il foglietto, e quel braccio inerte pareva mortalmente pesarle. Non andare. Le bastava rimanere ancora un poco cos, immobile sul letto, nell'avanzar del tempo, per sfuggire al richiamo, vincere il pericolo.
La mente le torn ad empirsi del rumore continuo della pioggia e della visione del ramo ondeggiante dinanzi alla finestra, sempre pi scuro e confuso.
Tutto, fuori, si stingeva, si macerava, si imbruttiva di fango fino a perirne: un umidore profondo penetrava nel cuore delle cose, esposte o abbandonate, le povere cose supine e sofferenti come lei. Rigagnoli torbidi correvano in mezzo alle vie, formati che quel pianto e da quel disfacimento.
Ora l'intero infinito mondo del di fuori le appariva in immagine, tutto circoscritto in un luogo solo: una piazzetta cinta d'alberi, dinanzi al piccolo bar, lass, poco discosto dalla stazione della funicolare, la piazzetta da anni quasi quotidianamente consueta ai loro convegni, e a cui ancora una volta egli la chiamava per quella sera medesima.
Oh, come vi scrosciava la pioggia, vi turbinava il vento, vi piangeva la fioca luce dell'unico fanale!
Invano aveva cercato di non attardarsi nella pietosa immagine di quel luogo, per il timore d'incontrar l'altra, di lui, che certo gi stava l. Serrava le palpebre, e pur vedeva quell'ombra, lui, uscire da un canto, andare innanzi e indietro per il marciapiede: lui, lui, spaziente di tenersi al riparo, anelante a scrutare la via scura, sola povera anima in quella solitudine, tra quelle raffiche, tormentato dal fuggir dei minuti e ostinato ad attenderla oltre il tempo, invocandola nel pensiero, fors'anche sussurrandone il nome, senza tregua.
Il vento s'empiva di quell'ansiosa invocazione; ogni scroscio, ogni schianto, ogni gemito che venisse di fuori riecheggiava qualche pena di quella attesa dolorante e ostinata.
Lei non giungeva, e lui non poteva rassegnarsi che no, che non volesse riscaldarlo nemmeno d'una fuggevole stretta di mano, d'un ultimo addio, che lo lasciasse deserto tra quelle care deserte memorie su cui si abbatteva una tanto sconsolata sera!
Salt in piedi, ansiosa di riguadagnare il tempo; si rivest in fretta, non curando, non avvertendo neppure l'umido delle scarpe ancora molli. Acceso il lume, mentre si calcava in testa il cappello, incontr il suo viso nello specchio e volle scrutarsi un minuto.
Era pallida, quasi livida, come se venisse allora dal rigore della strada.
Cos, mormor a se stessa, non piangerai, non ti mostrerai commossa... e si pass lentamente sugli occhi le dita gelide.
Nella stanza da pranzo la madre era seduta a cucire e la sorella leggeva sotto la lampada della tavola: tutt'e due alzarono la faccia; la madre, meravigliata, domand:
Con questo tempo?
Ella, ferma presso di loro, dopo aver indugiato nell'abbottonarsi i guanti, rispose a fior di labbra:
Non ne posso far di meno.
Appena fuori del portone, fu investita dall'acqua e dal vento che pareva volerle contrastare ogni passo.
S'affrettava, s'affaticava, con un sentimento d'avversit da vincere, di sforzo da compiere e il timor di non reggere fino all'ultimo.
La viscida via, l'urto delle ventate pi impetuose contro il petto, la luce malsicura degli oscillanti globi elettrici, tutto le si parava contro come un nemico volere, attraverso il quale il suo dovesse passare senza estenuarsi, disperatamente stretto e sofferente come la mano che teneva l'ombrello.
In che difficile vita aveva sempre dovuto dibattersi! Fra quante sfortune! E si diceva "animo!", e non sapeva neppur lei da quali scrosci, quali ventate fosse sconvolto il suo pensiero, di quale scampo ansioso il cuore, di quale tristezza penetrato, pi sottile dell'acqua che le trapassava il cappotto.
Alla stazione, la vettura della funicolare era gi pronta. Com'entr nello scompartimento e prese posto, subito la luce, il caldo, il parlar degli altri passeggieri le produssero un effetto di trasognato stupore: col capo riverso sulla spalliera, l'udito rintronante delle voci prossime di cui non afferrava il senso e, dinanzi agli occhi fissi, incerta sul vetro, quasi spettrale, l'immagine del suo volto, le pareva d'esser trascinata, senza pi forza nemmeno di negare col ciglio, per un'erta fuori del mondo da cui precipiterebbe di colpo prima di raggiungere l'estremo.
Ma la fermata, all'imprevista, fu come un urto che le ridiede coscienza. Allora le venne una febbre di correre, quasi una disperazione di non poter volare, impaziente dell'ultimo tratto da compiere, come d'una distanza enorme.
Non pioveva pi: solo, dai rami scossi del viale cadevano spruzzi d'acqua, gocce che come lacrime frettolose le bagnarono le labbra protese a mormorare: eccomi, eccomi.
Nello svolto buio si sent d'un tratto chiamar per nome; fece ancora qualche passo, quasi spinta dal suo stesso impeto, poi s'arrest vacillando.
Giulia! ripet lui, e s'accostava con esitazione, finch non distinse che anche ella diceva, Giovanni!, e dalla voce ne scoperse nell'oscurit tutto il pallore.
In quell'attimo parve a lei ch'egli facesse un indugio eterno, tanto ogni forza le veniva meno, tanto tremava per la paurosa necessit d'aggrapparsi e di sentirsi stretta come in pericolo di mancare alla vita.
Ma appena egli la cinse, dal salvato cuore le trabocc fino in gola un pianto ilare e squassante, come un'onda di parole ebbre che volessero uscire insieme: e senza lena, senza respiro, a tutto ci ch'egli le sussurrava nell'orecchio e che ella non intendeva se non come una sola appassionata domanda, appassionatamente rispondeva di s, di s, tra le scosse di quei continui singhiozzi, con la testa poggiata sulla spalla di lui, pervasa da una infinita tenerezza per quei panni immollati a cui attaccava il viso e il freddo di quelle mani che la stringevano.
Cos, poi, abbracciata e abbracciandolo, fu portata per il viale solitario e scuro, certa alla fine che, come quelle ventate di autunno, null'altro al mondo li potrebbe sciogliere, mai, mai, per sempre.
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ANTONIETTA.
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In cucina, presso la finestra, Antonietta  seduta nel sole d'ottobre, a sbucciar le castagne. Il suo giovine viso applicato sorride di profilo ai raggi e fors'anche a uno sguardo che le arriva non meno dardeggiante da una finestrella lontana.
Di tanto in tanto  invogliata a morder la castagna che sbuccia, quel crudo frutto che col selvatico succo le ravviva il verde dei sensi, le sveglia nel casalingo cuore un gusto di favola e di bosco.
 rimasta sola in casa; ad un tratto, si mette a cantare: una canzone, due, dieci, quante ne vengono in mente, quante ne sa, ognuna cominciata e subito interrotta per un'altra, in un inseguirsi di ritornelli, di motivi teneri, appassionati, flebili, gai, tutti risonanti delle parole amore e giovent, come se in gola le girasse un carillon ricco e capriccioso. Canta, e la musica si spande intorno: ne ridonda la cucina, ne vibrano i vetri, che sembrano volersi spalancare in faccia al sole, per far dilagare nello spazio quella piena sonora e riversarla gi, di piano in piano, com'una cascata, fin sulla via.
D'improvviso ella s'arresta in ascolto. Hanno suonato il campanello? Forse  il carbonaio.
Prima che s'alzi, il campanello  scosso di nuovo: questa volta a lungo, con una specie di latrato rabbioso che dalla saletta rintrona nelle tre stanze della piccola casa e persegue fin nell'ultima l'eco delle canzoni.
Un momento! Un momento! Ma chi diavolo?
Fosse Luigi, tornato all'insaputa dall'America!
Purtroppo, non  suo fratello, ma uno sconosciuto: anzi, son due; anzi, tre. Guarda l'uomo che le si para dinanzi, una brutta faccia butterata dall'aria arrogante, e non osa domandare che vogliano.
Abita qui Castaldi Giacomo fu Nicola?
S, ella dice, sempre con la mano al battente della porta che non ha aperto tutto, abita qui, ma ora non c'.
Non indovina chi siano coloro e perch cerchino suo padre; eppure s' fatta bianca, e nel rispondere ha tremato un poco.
Non c'?, soggiunge quello dalla faccia butterata, Vedete bene che ci deve essere.
Quantunque spaurita, Antonietta alza la testa e lo fissa un momento: quegli occhi burberi e sospettosi la confondono, da bianca diventa rossa, mormora: Non c', non c', come si vergognasse di mentire.
Per favore, bella ragazza, non ci fate perder tempo! Dov' andato, se davvero non c'? Lo manderemo a chiamare.
Pap! ella balbetta, e vorrebbe aggiungere: non so dove si possa trovare; ma d'improvviso l'assale il ricordo d'averlo visto un'altra volta, un tempo assai lontano, quand'era piccina, quel medesimo uomo, o uno assai simile, col cappello calcato in testa e la penna sull'orecchio, introdursi in casa, in giro per tutte le stanze; d'averne avuto paura fino a urlare, tra le braccia di sua madre, la povera mamm sua che cercava d'acchetarla, eppure piangeva anche lei.
Ora capisce, ora sa. Quell'odioso uomo, che le sta parato dinanzi e vuole entrare,  lo spettro di tutte le angustie, le pene, tra le quali vive da che ha memoria, e di cui, con vago ma turbato sguardo di bimba, impar a conoscere i dolorosi, logoranti segni sul caro viso di sua madre; lo spettro dei bisogni, le inquietudini, le cure che hanno cacciato di casa, spinto cos lontano il suo unico fratello e che prostrano suo padre a un lavoro sfibrante, l'umiliano, gli avvelenano il sangue, lo svogliano a parlarle, la sera, dinanzi alla tavola del loro desinare stentato; lo spettro di tutto ci ch' nemico, astioso e inesorabile nemico della sua giovinezza, e non vorrebbe farla sbocciare, non vorrebbe farla spander mai, nemmeno fuggevolmente, in una gioia d'amore e di canzoni.
Ecco che sente inumidirsi le guance di lacrime, e le sembrano, traccia mai bene asciugata, quelle che l'altra volta la sua povera madre pianse sul suo viso di bambina.
Sapete che sono l'ufficiale giudiziario? Che veniamo per il sequestro?
S, risponde, ma solo con la testa, s che purtroppo lo sa, chi  lui, che cosa  il sequestro. Rovisteranno dovunque, s'impadroniranno di tutte le cose domestiche, esposte o racchiuse, per metterle in vendita con vergognoso clamor di gara, farle portar via da altrui, svilite e disamate: tutte, tutte, anche le pi care, le pi sacre. Gi vede in ogni stanza le pareti nude e sulla carta, come continua memoria, il giallo pi scialbo dei vuoti. E in camera sua, da capo al letto....
Quella gente si spazientisce. Ora chiameremo il portiere, sentiremo un po'. Dal momento che non volete lasciarci entrare...
In verit, Antonietta non ha idea di impedir l'entrata;  rimasta l, con la mano al battente, occupando lo spiraglio della porta, solo perch non le regge l'animo di muoversi, tanto  infiacchita e tremante.
Uno degli uomini si sporge alla ringhiera, chiama: Portiere! Portiere! e fischia con un dito in bocca.
Ma d'un tratto s'ode un passo lento per le scale, e una tosse che Antonietta subito riconosce.
Pap!
Vostro padre! Oh, benedetto Iddio!
E l'usciere si volta anche lui.
L'uomo appare in fondo all'ultima branca, si ferma, dice: Buon giorno, signori, riprende a salire lentamente, con le mani dietro la schiena, con un'aria che vorrebbe parer tranquilla. Arrivato sul pianerottolo, ansima un poco.
A vostra disposizione. Scusatemi se vi ho fatto aspettare. Ora solo m'hanno informato.
La porta  rimasta socchiusa, ma la ragazza non c' pi. Egli entra per il primo, poi l'usciere e gli altri due.
Antonietta! Dove sei, Antonietta?
Una delle due ombre servili, un mezzo gobbo che fin allora  rimasto zitto e come estraneo, salta su:
Ah, ce la vuol far sotto il naso! e cerca di aprire un uscio, che gli resiste.
Ha tirato il lucchetto. Che sveltezza, eh?, ride.
Ma il padre s'irrita.
 la camera sua. Vi assicuro che non ha nulla di prezioso da nascondere.
Tuttavia, picchia e grida, con voce di collera:
Apri, Antonietta! Fa' presto.
Com'ella apre, sbigottita e col viso basso, subito il mezzo gobbo si ficca dentro, si china a guardar sotto il letto, sotto l'armadio, ogni tanto voltandosi con un risolino sulle labbra verso l'usciere e l'altro che assistono dalla soglia.
Antonietta, che non osa seguire i movimenti di quell'uomo, eppur li vede, e ha orrore di quelle mani pronte a frugare in ogni parte, contaminare ogni cosa sua, solleva dubbiosa gli occhi in faccia al padre, ne incontra uno sguardo che la rimprovera e l'accarezza insieme, la commisera teneramente e la comanda: allora, risoluta, s'accosta al letto e, alzando la coperta, scopre la cosa occultata: un piccolo quadro, con l'immagine di Santa Chiara, cui  stata sempre fedele di preghiere e di voti e che ha sempre tenuta in capo al letto, protettrice dei suoi sonni.
 questo.... io, vorrebbe aggiunger altro, far capire con che cuore l'aveva nascosto, ma le labbra le tremano, e in silenzio tende il quadro all'usciere.
Quello non lo piglia, non lo guarda neppure.
Rimettetelo a posto. Ma badiamo! Qualunque altra cosa, se avete il destro di nasconderla... e mentre cerca di far la voce grossa, s'interrompe e si volta, perch la sente a suo malgrado raddolcirsi.
Cominciamo dalla prima stanza, dice poi, con lo sguardo in aria.
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UNA SERA D'AUTUNNO.
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La piccola e vecchia casa guardava lontano il mare da un punto solitario della citt alta. Il crepuscolo, specie nella cattiva stagione, l'avvolgeva di silenzio malinconico, giacch la strada, di sotto, era sempre deserta; quando soffiava la tramontana, le raffiche pi forti sembravano volersela portar via come un nido. Ma al principio della primavera un po' di verde rallegrava la vista pi vicina, ed era bello spaziar lo sguardo sino al mare, dove l'occhio seguiva le piccole vele e i grandi piroscafi.
Le due sorelle vi abitavano sole da molto tempo, cio dalla morte del padre colonnello, caduto in guerra. Emilia, la minore, scendeva ogni giorno in citt con la funicolare, a dar lezioni d'inglese; l'altra, Luisa, ch'era gi presso ai quaranta, non usciva quasi mai, mettendo anch'essa a profitto la sua conoscenza delle lingue in qualche lavoro di traduzione.
Erano state educate assai bene, e anche nelle ristrettezze presenti conservavano modi e abitudini signorili.
Tornava l'autunno; d'intorno alla casa, come ogni anno, ai primi freddi, si faceva silenzio e squallore.
Emilia era rientrata all'ora solita, sotto la pioggia della sera. Fermatasi presso la tavola, dove Luisa cuciva, s'era sfilata i guanti, guardandosi a lungo le mani nude: poi si era tolta il cappello, osservando anch'esso con uno sguardo fisso e scontento; e alla fine, sempre in silenzio, sempre con quell'aria di broncio che le corrugava la fronte, s'era mossa per andare in camera sua.
Allora Luisa, col cucito in grembo, rimase smarrita in pensieri vaghi e tristi, tra ricordi e presentimenti confusi. Ad un tratto il volto della sorella le torn al ricordo con una scossa al cuore, e trasal come in un risveglio brusco da un sonno troppo lungo.
Un'oscura apprensione le fece quasi gridare: Linuccia! lasciandola in ascolto del passo di lei, che dalla camera accanto s'avvicinava senza affrettarsi.
Che facevi?
Nulla. Mi son mutata le calze. Hai sentito che pioggia?
D, Linuccia, tu hai qualche cosa...
Io? Perch? Cosa vuoi che abbia?
Luisa stette zitta; ella si chin ad aggiustarle la catenina del medaglione, che s'era intrecciata, poi disse piano, ma con una punta di rimprovero nella voce:
Come ti viene, stasera, di chiamarmi Linuccia? Oramai siamo vecchie!
E avendo l'altra, la maggiore, piegato il capo, aggiunse pi dolcemente:
Cos , povera Luisa!
Ma all'accento pi dolce Luisa ribatt quasi irritata, levandosi per accendere il samovar sul marmo della credenza.
Non  vero, n tu n io. Non bisogna dirlo n pensarlo; stiamo bene, il lavoro non ci spaventa...
Emilia scosse le spalle. A che risponderle, se anch'essa, certo, aveva in cuore la triste persuasione, intendendo quale sia e quando cominci la vecchiaia d'una donna? S'accost e stese le mani, gi illividite dal freddo, alle fiammelle azzurre dello spirito che parvero riempirle gli occhi di stupefazione.
Era alta, diritta, solida nella persona, a cui la veste grigia s'accordava con una pesantezza rigida di uniforme; ma la densa massa dei capelli, conservati lunghi e ancora quasi tutti d'un bel colore castano, ne temperava l'accento un po' severo: il tempo, anzich sfiorirla, l'aveva un po' indurita anche nei lineamenti assai corretti, sciupandole solo le palpebre e gli angoli delle labbra.
Ora rimaneva in quell'atto, con le mani protese verso il fornello: gli occhi miravano sempre la fiamma, di nuovo sulla fronte le s'era disegnata una ruga.
Intanto la sorella aveva disposto le tazze sulla tavola, e, ripreso il lavoro, aspettava che l'acqua bollisse. Ella era meno alta, un po' pingue, con un'espressione infantile sul viso tondo e il vezzo d'un neo sul mento; aveva conservata la carnagione assai bianca, che per nulla arrossiva in onde improvvise.
Ora non si parlavano: tra loro, mutuamente affettuosissime, era rimasto, dopo le poche parole, quasi un senso di animosit che pareva espresso nel silenzio della stanza dal borbottio del samovar e i colpi della pioggia contro i vetri.
Ma quando furono sedute di faccia, sotto il lume e con le tazze davanti, a un'occhiata apprensiva di Luisa, Emilia disse:
Niente, ti ripeto, puoi star tranquilla. Solo ho avuto un pomeriggio assai molesto; oh, davvero insopportabile! E la pioggia, e il vento, e trascinarsi fin quass!
Poi, con una mesta risatina: Che cosa potevi immaginarti? A noi non succede mai nulla di nuovo!
Il t, riscaldandola, pareva animarla a parlare. Era andata dalla figlia del dottore, per la solita lezione, ma la ragazza era ammalata; e allora via, senza saper che fare, in attesa dell'altra lezione, alle cinque. Ad un tratto l'acqua era venuta gi cos forte, che aveva dovuto rifugiarsi sotto l'arco d'una chiesa, e rimanervi a lungo. Aveva avuto anche l'idea di cacciarsi in un cinematografo, ma s'era spaventata, all'ingresso, alla vista della folla.
Sapessi, a volte, il fastidio che mi piglia della gente! La peggiore condanna, per me,  stata di dovere andare su e gi, un'ora intera, mescolata alla fila degli oziosi che non rinunciano al passeggio nemmeno quando piove.
Poi raccont un caso capitatole all'uscire dalla funicolare. Nel lungo viale semibuio era stata raggiunta da uno sconosciuto, che l'aveva rincorsa invocandola col nome di Margherita.
Figurati come  rimasto quando mi son voltata! Ora che ci penso, aveva proprio la voce di Braun.
Braun era un ufficiale di marina che avevano conosciuto nella loro giovinezza quando vivevano a Palermo: s'era innamorato prima di Luisa e poi d'Emilia, e tutt'e due l'avevano respinto, tutt'e due nell'attesa fidente del grande amore. Ma, col suo nome, tornavano al ricordo fantasmi degli anni migliori, e anche Luisa alz un momento gli occhi trasognati al lume.
Ora Emilia batteva col cucchiaino un pezzetto di zucchero in fondo alla tazza.
Oh, vengono giornate in cui tutto mi stanca, cos profondamente, cos mortalmente!
Abbass le palpebre dagli orli un po' vizzi, e davvero prese l'aria di uno stanco, desolato abbandono.
La sorella disse:
Qualche volta un po' di compagnia gioverebbe. Potremmo averla, se volessimo.
Subito Emilia insorse, sdegnata ed ironica:
E chi vuoi che venga? Quass? da noi?
Rise, levandosi di scatto, e and alla finestra. Con la fronte appoggiata ai vetri freddi, contro cui continuava a batter la pioggia, si ripeteva ancora mentalmente: Da noi? Da noi?, e faceva chiara a s stessa la pena di quel pomeriggio autunnale, del suo ozio triste tra mezzo alla gente delle vie pi popolate: che, cio, nessuno, tra tanti volti, ella poteva sperare d'incontrare, nessuno, nessuno, che le fosse caro davvero, soccorrevole al cuore desolato; nessuno, in una citt cos vasta; anzi, nessuno per quanto era grande la terra.
Macchinalmente, con la punta di un dito, tracci una grande enne sulla patina del vetro, la cancell poi, in fine apr uno spiraglio della finestra, sforzandosi di scrutar nel buio, e si mise ad ascoltar la pioggia. Ma all'improvviso retroced con un piccolo grido; la finestra s'aperse intera e una forma scura svolazz grave nella stanza, finch cadde sulla tavola: un uccello! Anche Luisa aveva gridato. Ora accorrevano insieme a chinarsi sulla piccola bestia dalle penne fradice d'acqua, che cercava invano di risollevarsi. Fu Luisa a prenderlo, con molta delicatezza, ad avvolgerlo subito in un panno, ad accostarlo al calderino del samovar, e, quel calore non parendole sufficiente, alla lampadina d'un lume portatile. Esso dibatt un momento il capo, che usciva dal panno, poi lo tenne inerte, quasi penzoloni, con le piume incollate e che parevano stinte, abbassando e rialzando il velo delle palpebre sull'occhio pietoso. A bassa voce, come se si trattasse di un bimbo infermo, Luisa domandava: Credi che potr ripigliarsi? Che cosa dovremo dargli da mangiare? Non sai che uccello ?
Ma Emilia stava a guardarlo senza rispondere. Poi parve spazientita, e si mise a correggere le traduzioni delle sue alunne.
L'altra, senza smettere le sue cure, continuava a parlare. Certo, era un uccello di passo: anche se si riuscisse a rianimarlo, non si sarebbe potuto tenere in gabbia. Forse, un usignuolo. Ma non era strano che si fosse smarrito a volo di sera?
S, va bene; ora ti prego di non distrarmi, disse Emilia, e lesse forte una frase inglese. Dopo qualche momento, chiam lei la sorella, pur non alzando gli occhi dai fogli.
Luisa!
Eh!
Ecco, abbiamo avuto una visita.
Ho paura che muoia! rispose l'altra, con una voce quasi puerile di lagno.
Che farci? Vuoi perdere la tua serata?
Nel silenzio si sentiva forte il rumor della pioggia insistente: Luisa, come mortificata, non diceva pi nulla, e s'era messa a sedere coll'uccellino in grembo, avvolto nel panno.
D'un tratto, Emilia gett via la matita, e si copr la faccia con le mani.
Immagini sconnesse le attraversavano la mente: una grande bambola che aveva avuta a dieci anni e che l'era caduta di braccio, rompendosi; un quadro ov'era raffigurata una coppia di sposi, nella casa di campagna, al tempo della sua fanciullezza; lo sconosciuto che un'ora prima, nel viale oscuro, l'aveva chiamata con la voce di Braun; Braun in tenuta bianca, ad un ballo estivo, nell'atto di dirle: Signorina Emilia, da voi dipende la felicit di tutta la mia vita. E tra mezzo a queste, alternandosi, sempre l'immagine dell'uccello, venuto chiss da dove, smarrito e moribondo, che lasciava pendere il capino inerte aprendo e chiudendo le palpebre.
Da sotto le palme sent le lacrime spuntare agli occhi, prima con uno stento doloroso, ma presto poi farsi fitte, continue, in un pianto irrefrenabile, senza scosse, che pareva avesse voglia di durare all'infinito, e che grondando fin sulla tavola, cospargeva di goccioloni le pagine aperte.
Finalmente trov la forza di alzarsi, e corse in camera sua, sbattendo la porta alle spalle.
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LA PAURA DEL BOSCO.
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Nelle pi riposte fibre dei suoi tronchi secolari e delle sue radici profonde, il bosco non ha memoria d'essersi mai svegliato bruscamente alla diana dei corni da caccia; n ricorda, nei suoi cespugli sempre vivi, l'irruenza dilaniatrice d'una muta di cani, ansanti dietro il cinghiale scovato. Esso non inalza alle stelle abeti o faggi superbi, tra i cui rami errino le gonfie strofe delle leggende; ma ogni volta, con una fierezza un po' ingenua, mostra alla luna nuova i suoi pini e i suoi castagni che sanno appena susurrare qualche rustica favoletta. Qual , tuttavia, ha un'antica vita e una sua propria natura, ch' sempre mobile, ma di rado oltrepassa il buon umore per effondersi in giocondit, o il broncio, per ribollire in collera. Si stende su d'una groppa montana, tra un borgo e l'altro: quello in gi abitato quasi tutto da contadini che per tener mercato vanno al superiore. C' tra i due borghi una via carrozzabile, ma poich indugia pigramente nelle continue giravolte, chi non ha cavalcature o traini va e viene per le scorciatoie selvestri.
Sia che l'inverno agiti di spavento le cime degli alberi, sia che la primavera le faccia fremere di letizia, i pi, per la traversata, all'andare e al venire si radunano in comitiva. Risuonano a certe ore canzoni o stornelli di ragazze, richiami di madri ai loro piccoli e, talvolta, alterchi d'uomini che devono partire il guadagno di una vendita comune. Tra il verde vario delle foglie spiccano i fazzoletti dai vistosi colori che le donne portano annodati sui capelli, e dalla curva del gomito, ove sono infilati, i cestini dondolano secondo il ritmo dei passi; mentre, sotto le gonne e i grembiuli che hanno palpiti di volo, le gambe sode e diritte s'accordano alla tinta bruna dei tronchi, e, nude sino alla pianta dei piedi, senza la loro continua e alterna mobilit parrebbero anch'esse arborea carne del bosco.
Al ritorno, dopo il tratto nel folto, il sentiero scoscende rapido; e nel lasciarsi andare con passi sempre pi veloci e intrattenibili, si prova un'allegra ebbrezza, che fa gridare o ridere le giovani. Oltre l'impronta e la polvere che si solleva dietro, il passaggio lascia una specie di sentore domestico, respirabile nell'aria anche tra il vaporar dell'erbe aromatiche e l'umido odor di funghi; ed  perci, forse, che le tregende e i fantasmi, pur nella piena notte, disertano quel luogo. Ma al viandante solitario il bosco d una vaga apprensione; qualcuno sobbalza ogni volta all'improvviso alzarsi da terra degli uccelli, che gli si svelano un palmo dinanzi, per mettersi in salvo; qualcun altro, specie quando tra i rami il cielo  scuro di minaccia, ritrova nella memoria i nomi di quelli che dal tempo dei tempi ad oggi rimasero colpiti dalla folgore.
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Il piccolo Antonio cominci ben presto i suoi viaggi da un borgo all'altro, e in disparte da ogni comitiva; solo col padre che non aveva pazienza di condurlo per mano, quando, al principio del bosco, lo sentiva appesantirsi e resistere, e se lo buttava sulle spalle, con la testolina penzoloni e dondolante agli sbalzi del sentiero. Allora, da quel capo tondo e raso parevano sporgere ingranditi gli orecchi, che forse stavano all'erta, come quelli d'un leprotto, poich egli aveva paura, e sebbene tenesse gli occhi serrati, n, per qualunque ragione, consentisse a schiuderli durante l'intero tragitto, si fingeva quali spaventose immagini gli aspetti degli alberi e le figure delle ombre.
Cos, il continuo dondolio del capo nemmeno a tarda sera lo tranquillava col sonno. Ne aveva visti, il bosco, di piccoli come lui, e anche di pi nuovi, figliuoli dell'uomo appena nati, che, avvolti negli scialli e solo un po' scoperti nella faccina rosea su cui la madrina si chinava a fiatare, erano portati al battesimo nella parrocchia del monte; o, egualmente teneri, belanti parti degli agnelli che i contadini si mettevano in collo.
A tutti il bosco era benevolo, e i suoi rami stormivano di simpatia. Ma per Antonio esso era come quei disgraziati dallo aspetto strambo e la voce grossa, che spaventano i bimbi, quando vorrebbero vezzeggiarli.
D'inverno, il padre lo riparava nel suo largo mantello: allora, chi mai, l sotto, avrebbe potuto indovinare una creatura vivente? Ma pur cos nascosto, egli s'aspettava che una mano si tendesse a sollevare un lembo del panno e il bacio mortale delle streghe lo agghiacciasse sulla fronte.
Invece, il mantello non lo scopriva se non nel tepore della cucina, ove sua madre inginocchiata dinanzi al focolare gettava altre legna nelle vampe che le si riverberavano sul volto serio.
Poi crebbe e divenne ardito. Quasi a vendicarsi delle paure passate, s'indugi pi volte a gettar sassi nelle chiome dei castagni o strappar rami nuovi alle piante, per farne frustini. Il bosco non gli tenne il broncio, e ben presto divennero amici. Nella quiete dei meriggi estivi egli sedette spesso a confidargli, con la rustica nenia dello scacciapensieri, le sue cangianti fantasie, e l'altro di rimando, con le sue voci diverse e anche col suo silenzio, gli mise in cuore il suggerimento vago di sogni pi alti.
Un giorno, una vicina di casa, che come lui era andata al borgo del monte, gli disse: Se torni gi, accompagna la mia figliuola.
Da allora i due ragazzi fecero sempre insieme la traversata del bosco. Giovanna era un po' pi piccola d'Antonio, ancora una bimba, mansueta e taciturna come una capretta, con gli occhi un po' velati quasi da un pianto recente.
Al principio, egli si divert a spaventarla. Proprio nel folto, si staccava dal suo fianco, Aspettami qui, e fuggendo, scompariva dietro le foglie.
Quella rimaneva immobile, e girava la testa di qua e di l, con le sopracciglia corrugate da una sempre maggiore apprensione, fino a che chiamava, Antonio! Antonio! Dalla cima d'un albero, egli fingeva un'altra voce, per farle paura. Lo so che sei tu, supplicava Giovanna, ma scendi.
Infine, rideva anche lei, d'un riso che sentiva di singhiozzo.
Poi queste ed altre burle non avvennero pi: i loro piccoli piedi nudi, giorno per giorno, nell'alternarsi delle stagioni, segnarono vicine le loro impronte, non distinguibili dalle altre innumerevoli, calpestio d'un intero paese che da padre in figlio aveva formato i sentieri. Ogni cosa di Giovanna fu nota ad Antonio e viceversa; com'essi, a sera, ogni loro giornata pareva darsi la mano, e seguire a coppia la china del tempo.
Spesso la loro conversazione era fitta e continua come il cinguettio degli uccelli al tramonto. Qualche volta, Giovanna cantava. Un giorno, in un salto, ella si storse un piede, e Antonio la port in braccio fino a casa, correndo per mostrarle che egli era forte ed ella leggiera, proprio come una bimba. Non s'accorgevano di andare diventando giovani, ma gli alberi, al cui riparo si fermavano quand'eran sorpresi dalla pioggia, vedevano il petto di Giovanna, sotto la veste bagnata, far sempre pi piena l'onda dei suoi palpiti e le braccia di Antonio, nel respingere quei rami, che sgocciolavano bassi sul loro capo, tendersi sempre pi robusti.
Ed ecco che come gli altri anni la primavera  venuta; dopo i tuoni di marzo  entrata nel bosco all'improvviso, e il suo molteplice spirito s' fatto brezza, luce, tepore. Il vento, tra le foglie nuove, ha una dolce voce quasi umana. Le farfalle si cercano, e oscillando accoppiate sui fiori o librandosi nelle rincorse, paiono allargar nell'aria, come in uno spazio liquido, il lieve fremito delle loro ali. Tutto ci  solito ed eterno, ad ogni ritorno della bella stagione, ma Antonio sente che questa volta  una primavera diversa. E forse anche Giovanna, che ha messo una veste viva e leggiera, tra la cui rosea trama penetra il sole, mentre gli orli delle maniche, dello scollo e della gonna palpitano con una sonora gaiezza. Tuttavia, entrambi son diventati taciturni. Nel camminare, ella tiene il collo un po' piegato e le braccia cascanti, e le sue rosse labbra spiccano come un fiore sbocciato or ora. Antonio le va a fianco sforzandosi di guardare altrove, eppure non vede se non lei, fin nel pi lieve moto delle ciglia, che velano e scoprono lo sfolgoro del sorriso. Da quando s' accorto ch' cos bella? Dal primo giorno di primavera, da ieri mattina, da stamane?
Non sa, ma il suo cuore ha un vago sgomento. Gli torna al ricordo la volta che la tenne in braccio e la port fino a casa. Appena l'anno scorso! Ed ora il solo pensiero di prenderla, di sollevarla come quella volta, gli d la vertigine. Dopo due passi, cadrebbe in ginocchio, con le braccia prone sotto il corpo di lei. Ed ecco, ora capisce, egli ha di nuovo paura del bosco.  incerto se affrettare il passo, per fuggire la sera nella solitudine e arrivar subito ai primi lumi del paese, o indugiare nella speranza che una comitiva sopraggiunga ed entrambi possano confondersi con gli altri. Ieri, oggi, domani... Teme che debba cedere al desiderio di buttarsi a terra innanzi a lei e di cingerle i fianchi, per vederla curvare ancor pi la testa, tendere verso il suo il bel volto dalle palpebre socchiuse. Il bosco col suo stormire ed i suoi profumi glie lo va suggerendo con sempre maggiore persuasione.
Oh, se avesse animo, la pregherebbe di non mordere, come ora fa, la piccola foglia che ha strappata al ramo; di non camminare a quel modo, con la testa piegata e gli occhi socchiusi, di non farsi sfuggire dagli zoccoletti i piedi nudi, le cui dita si agitano vispe tra i fili d'erba! E, soprattutto, la pregherebbe di parlare, perch nulla lo spaventa pi del silenzio in cui tutt'e due camminano. Non osa, e sente che questa sua nuova paura del bosco  pi difficile a vincere di quella che provava bambino. Oggi, domani... chi potr salvarlo dal soccombere, se nemmeno Giovanna l'aiuta?
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SCARPINE DI SETA.
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Solo, sviato dagli studi e scoraggiato negli antichi disegni per un seguito di sventure domestiche, aveva messo una bottega di calzature in un quartiere fuori mano, dove la citt cominciava a farsi campagna: una botteguccia dalle vetrine piccole come scarabattoli, nelle quali tenevan quasi tutto il posto le grosse scarpe da prete, gli stivaloni da cacciatore e i sandali da serva.
Al suo umile commercio attendeva diligentemente, ma non senza malinconia; spesso, col gomito appoggiato allo stipite della porta, guardava l'albero di robinia che sorgeva di faccia dall'erboso marciapiede; e a vederlo rinverdito o spogliato, dondolante alla brezza o squassato dalle raffiche, sentiva l'alterna vicenda delle stagioni versargli nell'animo il rammarico per la sua vita sempre eguale, insieme col vago desiderio che gli arrivasse una lieta ventura e il vago scoramento d'attenderla gi da tempo, invano.
Un giorno, nel mese di marzo, quando la robinia tornava a rinverdire, gli arriv dal suo fornitore un paio di scarpine di seta, ma troppo fini, troppo costose per la sua modesta clientela, e, inoltre, di cos minuscolo taglio, che solo un piede di bambina le avrebbe potuto calzare.
Osservandole, in dubbio se dovesse rimandarle, ebbe un sorridente pensiero, quasi un presagio di fiaba, e le espose bene in mostra.
Era il tepido, malioso tempo in cui le ragazze degli ateliers si spargono nel vespro sereno come grosse farfalle allora schiuse dall'incipiente primavera, dovunque tentatrici al gioco di rincorrerle e di ghermirle, lusingatrici e lusingate, effimere dispensiere di gaiezza e talvolta di sogni.
Quella sera medesima una d'esse (e a lui parve la pi leggiadra che avesse mai vista) si ferm dinanzi alla vetrina e vi rimase a lungo, con un continuo sfavillio negli occhi affascinati sotto la polvere d'oro delle sopracciglia; ma com'egli fece un passo verso la porta, vol via, sparendo nelle prime ombre che avvolgevano la strada.
Da dove venuta? Dove fuggita? Chi la potrebbe mai ritrovare?
Invece torn il giorno dopo, alla stessa ora; e questa volta al cauto uscir di lui sulla soglia non fece atto di andarsene, ma, anzi, mostrandogli tutto il visino malizioso e infantile sotto il cappelluccio, cant gaiamente: Buona sera.
Buona sera. Vi piacciono?
Sorridevano tutt'e due, ed ella entr.
Oh lo so che costano assai! Ma ne ho una voglia... una voglia... e faceva la voce bambinescamente golosa.
Le potrei almeno provare? Mi servirebbero proprio, per una festa da ballo a cui sono invitata. Il guaio  che qui dentro, e scosse la borsetta, stasera c' poco! Ma se voi aveste la bont di aspettare fino a sabato... Vi fidate di me, non  vero?
Egli continuava a guardarla e a sorriderle, gi invaghendosi d'ogni cosa di lei, la figura, il riso, le movenze, gli adornamenti, in una felice meraviglia, quasi che la grazia soave e fragile d'una giovane creatura muliebre gli apparisse allora per la prima volta.
Ebbene, lo facciamo, questo patto?
Invece di rispondere, and a levare le scarpine dalla mostra: subito, con un "ah!" che fu un piccolo grido gioioso, ella corse a sedere per la misura, raccogliendo in grembo la corta gonna di velo.
Naturalmente, giacch era lei, le scarpine calzavano.
Avevano stabilito che, per pagare, sarebbe ripassata, e infatti ripass, una volta, due, finch dall'amore confessato pot accettare il dono delle scarpine che lo aveva fatto nascere.
Sorto in lui d'improvviso, quell'amore gli si sparse arioso nello spirito e nel sangue, proprio come un soffio della primavera con cui era cominciato; lo ringiovan nell'aspetto, nelle abitudini, perfino nel linguaggio. Si ritrovavano due volte al giorno assai per tempo, il mattino, e la sera, a fine di lavoro. Egli andava ad aspettarla con alacre letizia sempre avanti l'ora stabilita, e si metteva a camminare innanzi e indietro sul marciapiede, canterellando motivi di canzoni o di marce. Com'ella arrivava, subito fermavano un tram, e in piedi sulla piattaforma, da dove le risate di lei si spargevano all'aria pi frequenti dei palpiti della veste, correvano verso la campagna, per ritornarne poco dopo, tra operai e scolari, serbando tutto il giorno la gioiosa freschezza di quei convegni infusi di aurora.
Ella gli narrava volentieri le notizie dell'atelier, le storielle correnti tra le compagne a danno o burla di qualcuna d'esse o della padrona; ma alla sua vita fuori del lavoro o del loro idillio, passata o presente, accennava di rado e poco; n lui interrogava mai. Perch avrebbe dovuto interrogarla, se ne sapeva la tenerezza, la grazia, i gusti e perfino le ghiottonerie? E poi si sentiva rassicurato da quella borsetta sempre leggierina che qualche volta apriva per gioco, e da quelle care dita, su cui, studiandole amorosamente, tra i ghirigori dei rosati polpastrelli vedeva le punture dell'ago.
Solo al principio della loro intimit, le aveva domandato:
Ebbene, le scarpine di seta... Per quale ballo ti servivano?
Ma lei rise:
No, non era vero! Fu una frottola, caro mio... Mi facevano gola, ecco tutto!
Di pi, chiedendogli la promessa che non la burlerebbe, gli confid che le metteva quasi ogni sera, al momento di spogliarsi per il letto, e sola nella sua camera, davanti allo specchio dell'armadio, eseguiva passi e figure di danza. Questa confidenza gliela rese pi adorabile; e l'immagine di lei danzante per s sola, con le festose scarpine, nel segreto della sua camera, gli si fiss in mente come quella che glie la rivelava tutta intera.
Ma bast un attimo, un nulla, e il dannato sospetto entr anche in quell'amore.
Una sera di maggio in cui era pi colorita e vivace del solito, giunta dinanzi al portoncino dove sempre si separavano, gli trattenne la mano nella mano e, a mezza voce, l'invit:
Perch non sali un momento?
E tua zia?, rispose lui meravigliato.
Le dir che sei il fratello della mia compagna Antonietta.
Poi, quasi spazientita:
Ebbene, arrivederci! Ma se ti preoccupi della vecchia...
Egli rest a guardar le scale per cui era scomparsa; e d'improvviso quelle scale di rozzo piperno, che aveva viste tante volte, gli apparvero tortuose e affannose al cuore. Chi era quella zia della quale non bisognava preoccuparsi? E chi era, chi veramente era lei?
Si stup d'essere stato fin allora tanto credulo; ramment, d'un tratto, sorrisi, accenti o gesti che ora gli parevano adombrati da un senso ambiguo, ed a ghermir quel senso si torment invano in una silenziosa, continua inchiesta, che gli guastava la gioia di starle vicino e si proponeva senza tregua quando non la vedeva.
Pi sere di seguito, venendo dall'averla accompagnata, si ferm a mezza strada, torn indietro, stette a spiar fino a tardi dinanzi al portoncino. E una sera, pi insospettito ed attento, poich gli era parso che ella avesse avuto fretta d'accomiatarsi, la vide infatti riuscire in compagnia d'una amica e d'un giovane, in aria e abito di festa com'essi.
Dove vai?
Ella non si smarr: questa volta andava davvero a un ballo.
Non potevo avvisarti, non sapevo nulla neppure io. Ho trovato a casa Antonietta, che m'aspettava con l'invito.
E affrettava il passo per raggiungere gli altri due. Ma lui la trattenne, susurrandole ripetutamente all'orecchio la preghiera di non andare.
Perch? Che cosa c' di male? No, caro mio, dovrei essere pazza!
Allora la prese per il braccio, e sempre a bassa voce, ma fremente di sdegno e di dolore, la rimprover, l'ingiuri, la supplic ancora, senza ch'ella mostrasse di badargli, solo studiosa delle sue scarpine di seta per la via piena di pozzanghere ov'egli la trascinava alla cieca. Alla fine si risent: Ora basta, ora vattene; son libera di fare quel che voglio, no?, ed egli scoratamente la lasci sfuggire: Addio.
Dunque era finita: non avrebbe dovuto rivederla, baciarla mai pi. Infatti per una intera settimana resist al continuo, tormentoso desiderio di andare a ritrovarla, fin quando una sera un bigliettino di lei scritto a lapis l'avvis che era ammalata e lo pregava di farle una visita.
La vecchia donna, ch'era venuta ad aprirgli, lo lasci passare senza chiedergli chi fosse, ed egli entr pi fosco di tutti i suoi sospettosi pensieri.
Ella era a letto, accaldata in viso, ma gaiamente vivace fin nella punta dei piedini con cui stuzzicava le lenzuola.
Ho la febbre alta, ma una cosa da nulla... la pioggia che ho presa addosso l'altro giorno. Perch non t'accosti?? Non vuoi sentire come scotto?
Subito gli cinse il collo e gli alz alla bocca le sue labbra lievi ed ardenti.
Non darti pensiero della vecchia! e rideva.
Ma poi s'accorse che rimaneva rabbuiato, e lo lasci svincolarsi dal suo abbraccio.
Ho capito, disse, voltandosi dalla parte del muro e masticando una caramella del cartoccio che aveva sotto il guanciale, tu non mi hai perdonata... tu non mi perdoni... Allora fai meglio ad andartene e non tornare. Del resto, domani sar alzata. Voglio guarir presto per farti dispetto.
Invece, presto sopraggiunse la morte.
Disperatamente egli la pianse, ma con un animo ove il dolore della perdita, esacerbando tutti i gridi, faceva pi forti anche quelli dell'inganno patito, della fiducia delusa; e invano cercava di persuader s stesso che s, che le perdonava: invano, perch soffriva di non poterla rievocare se non insieme alla sua tenerezza e al suo rancore, in un'allucinante immagine, cara e pur sempre ambigua, cui mormorava senza tregua il suo desiderio e i suoi rimproveri.
Un giorno, quando gi stava per chiudere la bottega, venne da lui una vecchia, con una scatola sotto il braccio.
Oh, voi, la zia!
S, mi chiamava sua zia. Povera figliuola! Non per parlarne male, ma che dovevo fare? Qualche volta chiudevo un occhio. Avesse almeno pensato al serio! Invece mi ha lasciata in credito... Basta, ho trovato queste scarpine, son quasi nuove. Le ripigliereste?
Come quella and via, con mano tremante egli apr la scatola di cartone.
Tornavano, tornavano a lui! Eccole: festose, leggiadre, ancora calde del suo calore, ancora vive del suo passo.
Ah, quante volte quel passo, leggiero e gaio, s'era involato all'amor suo, era corso, volubile e furtivo, dietro altri piaceri? E quei nastri ch'egli non s'era mai chinato a sciogliere... Non era vero?
Senza che se n'accorgesse, muoveva le labbra, susurrava domande e invocazioni: eran parole brevi, pi accennate che dette, bagnate dalle lacrime che avevano cominciato a scorrergli per le gote e si facevan sempre pi fitte: ma quelle lacrime cessavano dal bruciare, e anche quelle parole divenivano tenere e pietose.
Quali colpe? Nessuna, per quante volte avesse sorriso e gioito... Che mai aveva fatto, se non appena entrare e uscire dalla festa della giovinezza? A tutto di lei, noto ed ignoto, or egli consentiva con pieno slancio del cuore e anche coi cenni delle labbra, come se l'avesse innanzi in immagine; a tutto di lei, alla sua volubilit, alla sua spensieratezza e perfino ai baci che aveva dati agli altri; perch cos breve era stata la sua vita, cos fuggitive le sue gioie; perch ne vedeva e toccava quelle scarpine, sulla cui seta gli pareva ancora di accarezzarne una corporea grazia, pi durature della sua pur tanto vivace persona: quelle scarpine lasciate dal suo passo agile ed effimero come le tenui piume lasciate sulla spiaggia dall'uccello che dal volo e dal canto  caduto in mare, subito travolto e sommerso dal corso eterno dell'onde.
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TRAMONTO.
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Noi ragazzi lo vedevamo qualche volta attraversare il piccolo spiazzato del giardino ch'era il nostro solito campo. Il suo scialle scozzese (che dai primi giorni di settembre, quando a noi i giochi vivaci davano ancora vampe e sudori, egli portava gettato sulle spalle curve ma alte, da cui discendeva a campana) passava lentamente in mezzo al nostro gruppo come una visione bizzarra, alla quale l'abitudine non era riuscita a farci distratti.
Nessuno, in verit, avrebbe saputo dire dove il vecchio Giovanni Dastia andasse, e sempre a quel modo, cio con le spalle protette, ma scoperto il capo dai folti capelli tutti bianchi, e la mano appoggiata a un grosso bastone di legno nero. Se, nel guardarci, la sua faccia un po' tentennante non fosse stata solita di sorriderci bonariamente, egli ci sarebbe apparso come uno spauracchio. E sorrideva non solo a noi, bambini o bambine, ma anche alle giovani che spesso erano l a vigilarci: ragazze di servizio o sorelle maggiori; e, per ancora indugiare a sorridere, sotto le ciglia bianche, con un lento giro del capo che pareva pesargli, qualche volta incespicava un po' nella terra smossa. Noi non riprendevamo il gioco se non un tratto dopo che egli ci aveva voltato il dorso e i lembi del suo scialle scozzese s'erano allontanati nel loro largo ondeggiare. Tuttavia, non facevamo mai parole di lui, il vecchio.
Poi venne un tempo ch'egli non usc pi. Allora in fondo allo spiazzo s'aperse una finestra a terreno, che prima aveva sempre le persiane accostate, e l apparve lui, visibile fino al petto che spingeva contro il davanzale. Rimaneva a quel posto ore intere a guardarci giocare, e tutto il suo volto era immobile, anche il sorriso bonario che pareva si fosse fissato come in una scultura. Qualche volta una palla o un volano arrivavano quasi a toccarlo, senza ch'egli, simile ad un'erma, trasalisse nemmeno. Quando tra i suoi occhi e noi calava il velo del crepuscolo, improvvisamente non lo scorgevamo pi; e poich nessuno lo vedeva mai staccarsi dalla finestra, avremmo potuto credere che fosse scomparso.
I miei compagni si abituarono presto a non far caso di quello spettatore muto, ma io ne avvertivo la fissit dello sguardo quale uno strano richiamo.
A volte, nel bel mezzo dei nostri giochi, gettavo via la racchetta del volano e, come per una stanchezza improvvisa, mi buttavo a sedere sull'argine di un'aiuola, sotto un albero di arancio, proprio di rimpetto alla finestra. Giovanni Dastia non guardava particolarmente questo o quello di noi, ma abbracciava, col suo sguardo, il gruppo tutto, e non dava segno d'osservare la mia solitudine. Era proprio per attirare su me solo il sorriso delle sue sopracciglia bianche ch'io disertavo il gioco? Oppure volevo contemplare a mio comodo quel volto immobile? Forse ero anche preso da un sentimento vago e, tuttavia, tale da non consentirmi pi la vivacit spensierata dei trastulli. Allora, per me, il solo presente e vicino era lui, col suo sorriso, il suo silenzio e la sua vecchiaia; e non i miei compagni, con le loro voci chiassose e i passi, all'intorno, saltellanti sulla terra da cui alzavan la polvere.
Lungo il muro nel quale s'apriva la finestra, s'arrampicava un tralcio di roselline che proprio sulla cornice si faceva pi folto e ramoso, accentuandosi nella curva come un motivo ornamentale. Gi qualcuna di quelle foglie ingiallite si staccava ai soffii dell'autunno. Al di sotto, era la fronte di Giovanni Dastia, bianca e spaziosa, con le bozze ben modellate, e a me pareva che su quella le foglie dovessero naturalmente discendere e posarsi, e quasi le vedevo senza pi moto e anch'esse divenute marmoree, appena distinte dal candore delle tempie, cui sovrastavano: foglie piovute non solo dal rosaio; ma fors'anche da pi in alto, discese rade e lente dal cielo nell'aria vagolante della prima sera. Ma sotto quella fronte solenne, gli occhi di lui ridevano cos chiari e bonari! Se m'indugiavo nel fissar quelli, la mia impressione mutava: Giovanni Dastia somigliava a un bambino, a uno dei pi piccoli miei compagni di gioco. E anche la bocca sottile pareva stretta come, talvolta, nei bimbi che sorridono. Allora pensavo a uno strano scambio: che, cio, il vecchio fossi io, seduto l, sull'argine dell'aiuola, e un ciuffo dei miei capelli, un ciuffo solo in mezzo al capo, si fosse tutto imbiancato.
Infine, i miei compagni, impazienti, venivano a tirarmi da questo assorto vagheggiare, risentivo vicine le loro voci, rientravo anch'io nel chiasso, e il ricordo di lui s'andava dissolvendo in me, che avevo ripreso a giocare, come una larva di sogno nel moto. Quando riandavo con lo sguardo a quella finestra, era chiusa.
Un pomeriggio eravamo in brigata pi numerosa e gaia, dopo qualche giorno di cattivo tempo che ci aveva proibito di spanderci all'aperto. Tra il bruno e l'oro delle piante un benigno sole di ottobre faceva splendere le gocce lasciate dalla pioggia del mattino. Noi avevamo quel brio particolare che ci vince un poco, anche non pi fanciulli, allorch, nel tardo autunno, un ritorno di mitezza nell'aria ci trova gi in abiti invernali; svolazzavano sciarpe disciolte, berretti di pelo eran lanciati in alto a colpire i rami, guanti di lana, mezzi sfilati dalle dita, venivano mossi come fantocci. Ecco alla finestra, secondo il solito, il volto sorridente di Giovanni Dastia. Una ragazzetta, fatta audace dall'allegria, grid due o tre volte: Addio, Giovanni Dastia!
Nessuno sapeva nulla di lui, oltre quel nome, che s'era sentito ripetere, cos, semplicemente, senz'attributo di sorta, e non s'indovinava se fosse quello d'un poeta o d'un professore o di un militare in ritiro; o meglio, una cosa soltanto, oltre il nome, ci era nota: che egli aveva in casa una governante, una signora straniera che qualche volta avevamo appena intravista.
Addio! fece coro qualcun altro, un po' per chiasso, un po' perch davvero poteva essere giorno di commiato. Una nuova pioggia, per i pi, avrebbe significato la partenza dalla campagna. Giovanni Dastia non rispose con la voce: continu a sorridere, dondolando un po' il capo, come a dir s, benevolmente, s che bisognava scambiarsi un addio. Sulla cornice della finestra, anche qualche rosa ondeggiava sfogliandosi.
Cominciammo a giocare, nel comune fervore pur io incurante di quella abituale presenza; ma la dolcezza della luce, ove pareva brillare un pulviscolo d'oro, l'atmosfera che ci avvolgeva come una diffusa carezza, l'aria che ci faceva fiorire e respirare felici, non erano, forse, lo sguardo fisso e sorridente da sotto le sopracciglia bianche?
Ad un tratto uno di noi esclam: Guardate il vecchio! Ci voltammo tutti: sempre continuando a sorridere, egli pareva far cenni di saluto, in un gesto un po' incerto, come se battesse l'aria con le palme.
Allora la fanciulla che prima aveva gridato: Addio, Giovanni Dastia! si stacc dal nostro gruppo e mosse verso di lui. Era quasi una giovinetta, nel primo rigoglio dell'adolescenza; camminava alta e diritta, con la letizia nei begli occhi e le rosee labbra dischiuse. A qualche passo dalla finestra, fece squillare una voce limpida e gaia: Arrivederci! Arrivederci! e rimase ferma, con la testa un po' arrovesciata e il piccolo mento in su. Giovanni Dastia ripeteva quel gesto, sorridendole; poi, mentre noi ci eravamo stretti intorno alla nostra ardita compagna e, come lei, tenevamo le facce rivolte alla finestra, egli s'abbatt di colpo sul davanzale. Il gruppo si sciolse spaurito come uno stormo di uccelli quando un albero improvvisamente procombe.
Dio! Dio! gem la fanciulla che sola con me non era scappata. Che bisogna fare?
Fu lei a battere ad una porticina, a chiamare due o tre volte: Signora! finch la governante aperse. Presto, corra a vedere... e le parole erano spezzate dal tremito.
Dalla soglia, ove rimanemmo perplessi dietro la porta schiusa, sentimmo la governante ripeter con angoscia: Mein Herr! e poi altro ancora, nella lingua che non comprendevamo, ma in un tono dolce e dolente, come si compassiona un bimbo. Infine, ella stessa ci fece entrare. Seguendo il suo esempio, la fanciulla ed io c'inginocchiammo. Giovanni Dastia era steso sul letto, ancora avviluppato nello scialle, di cui un lembo gli saliva sul volto. Questo intravidi confusamente, senza aver l'animo di guardare se il volto fosse tutto coperto, o se mai mostrasse ancora il suo benevolo sorriso, fissato per sempre. Di contro al letto, la finestra, con le persiane spalancate come due ali, lasciava scorger l'albero di arancio, da sotto il quale, tante volte, avevo levato lo sguardo a lui. Sulla cima tremolava la stella della sera.
La governante m'invit silenziosamente ad alzarmi, posandomi una mano sul capo. Andate, bravi piccoli, ci sussurr. E appena fummo sulla soglia, disse: Una bell'anima  morta!
Molti anni son passati da quella sera; qualche ciuffo di capelli alle tempie mi si  gi fatto bianco. Spesso, nel pensare alla vecchiaia e alla morte, rivedo la finestra, sotto il tralcio di rose, ove Giovanni Dastia mor sorridendo alla fanciullezza.
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L'OROLOGIO COL CARILLON.
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Il padre, che aveva un negozio d'orologi, era oriundo svizzero: da qui il cognome Schraus. Quando vennero ad abitare di rimpetto a casa nostra, io ero un bimbo di sei o sette anni, alle prese con le prime difficolt del sillabario. Le tre ragazze s'affacciavano tutt'insieme alla balconata, mi chiamavano, mi gettavano baci.
Tranne la pi grande, che spesso, la mattina appariva coi diavoletti nei capelli per farsi i ricci, le altre portavano le trecce lunghe con grandi nastri di vario colore, meravigliosi al mio sguardo come ornamenti di fate.
La mia serva Rosaria, a sentirle ridere in coro, diceva: Dio vi benedica, signorine!; e quelle erano invogliate a ridere pi forte, scrollando la ringhiera. Volevano che io le chiamassi per nome, senza confondere: Irma, Rosetta, Nellina; e, impresa pi ardua, che imparassi a pronunziar bene: Schraus, ripeterlo in tutti i toni, conoscerne finanche l'ortografia, che si divertivano ad insegnarmi col dito sul vetro, dopo essersi messe insieme a farvi la patina coi pi esagerati, burleschi soffi delle loro bocche gioiose.
Il mio amore non era la pi piccola, ma quella di mezzo, Rosetta, che aveva sempre sul viso uno sbuffetto di cipria, e girava la testa con tanta rapidit, da far volare le trecce: mi pareva che i suoi baci, lanciati sulla punta delle dita, fossero i soli ad arrivarmi davvero, ed ero certo che i miei in risposta a quelli di tutt'e tre, se svolazzavano intorno a ciascuna per ringraziarla, non si posavano che su lei soltanto.
Nei giorni di bel tempo, ella portava la sedia sul balcone e si metteva a cucire: gli atti d'infilar l'ago o di voltarsi a me dopo una gugliata, di levarsi le forbici dalla tasca del leggiadro grembiale (ora di questo ora di quel colore, come il nastro delle trecce); e le graziose smorfie con cui si succhiava il dito, quando si pungeva o ne faceva finta, mi tenevano incantato come un bel gioco.
Talvolta, senza guardarmi, con l'aria di parlare a s stessa, raccontava: "C'era una fata di nome Melusina; ed era cos piccola, che poteva mettersi a dormire su d'un ragnatelo o dentro un fiore. E ci fu un giovane che, per farsi suo sposo, volle diventare anche lui cos piccolo, la met di quest'ago".
Ma il maggior dono di meraviglia m'era offerto da lei nelle dolci, calme serate, quando i rumori della strada, al di sotto, gi cominciavano a smorzarsi e sui tetti brillavano le stelle o s'affacciava la luna. Era il momento ch'io dovevo andarmene a letto: tuttavia Rosaria consentiva ch'indugiassi ancora un poco. Allora Rosetta mi faceva segno di aspettare in silenzio, si ritirava dalla balconata; ed ecco che dai vetri aperti si spandeva la musica del carillon. Oh, stupefazione ogni volta nuova del mio cuore bambino, mentre nell'aria imbrunita, sospese tra cielo e terra, le note si snodavano, danzavano, ora affrettandosi, ora rallentandosi, legate come in corsa, staccate come gocce; e tutt'e tre le ragazze dalla ringhiera accompagnavano il ritmo col dondolio del capo, e Rosetta, in mezzo, pareva comandarlo col cenno della mano, finch, insieme, la mano e il prodigio si fermavano ed io ero intento al silenzio che seguiva, come a un'altra pi misteriosa musica, non avvertibile se non con un pensiero di sogno!
Quest'era la conoscenza ch'io avevo delle ragazze Schraus.
L'interno della loro casa, vietato al mio desiderio di scoprire l'orologio col carillon, mi restava arcano: raramente intravedevo per le stanze passar la figura d'un ometto grasso, con un berrettino in testa, e quella d'una donna alta e diritta, dalle movenze severe, al cui richiamo le ragazze sparivano docili dalla balconata.
Quale il cuore profondo della famiglia, mi parlava il carillon: Irma, Rosetta, Nellina mi colmavano, dal balcone, della loro giocondit amorevole ed io aspettavo che Rosetta consentisse a divenir minuscola come la fata Melusina, per poterla sposare.
Invece la pi grande cominci a dirmi che alle sue nozze avrei dovuto fare il paggio e reggere lo strascico del velo; ma Rosetta insorgeva, proponendosi di passare innanzi alla sorella e avermi lei come paggio. Si bisticciavano per burla, prima io! no, prima io! s'incitavano a far presto, acciocch nel frattempo non crescessi troppo.
Ed ecco che, nei giorni di quei discorsi, scoprii una cosa molto strana: che, cio, nella strada c'era un uomo fermo a guardar su ostinatamente, come se aspettasse l'elemosina dalla balconata. Rosetta non aveva l'aria di accorgersene, continuava a ridere, a parlarmi, a gettarmi i suoi baci; ma questi ora non mi pareva arrivassero tutti al mio balcone, quasi ella distratta ne lasciasse cader qualcuno sulla strada, dove il misterioso personaggio storceva il collo.
E davvero qualche cosa casc una volta, dalle sue piccole mani, proprio mentr'era pi che mai occupata a scherzar con me. I suoi occhi, che non si distaccarono dai miei, ebbero un guizzo; poi rise a lungo, arrovesciando la faccia avvampata.
Il bel gioco era fatto. Oh, no, altro che giuoco, povera Rosetta! Ella aveva avvolto il suo candido cuore in una pallottola di carta.
...
Prima ancora ch'uscissi dall'infanzia l'ra felice delle fanciulle Schraus fin. Poteva la sorte non invidiar tanta ingenua allegria, tanta vivace espansione d'affetti e di sogni? Addio nastri colorati alle trecce! addio lustri occhi, sempre ridenti! Morto il padre d'improvviso, gli affari della famiglia si dissestarono. Irma, senza aver pi tempo e voglia d'arricciarsi i capelli coi diavoletti, dov occuparsi del negozio; e il carillon si fece muto come un antico ricordo.
La veste nera, sulla balconata, serrava malinconicamente lo sbocciar di Nellina, la pi piccola, che dagli studi di musica ora doveva avviarsi a quelli commerciali, per trovar subito un impiego. E Rosetta? Mi sorrideva appena, e faceva un cenno con la mano. Gi nella strada, quell'uomo non cessava d'attendere. Rosaria scoteva la testa:  un male, una sciocchezza! Sua madre non vuole; ma le sorelle l'aiutano.
Sentii pi d'una volta, di rimpetto, un improvviso sbatter d'imposte, qualche grido e perfino qualche singhiozzo.... ahi, di Rosetta!
Poi mutammo casa, e le tre ragazze scomparvero dal mio orizzonte.
Negli anni che seguirono, me ne arrivarono scarse notizie: prima che Rosetta aveva vinto, e l'uomo era venuto su dalla strada in casa: pi tardi, che s'era dileguato, insieme con parecchio denaro della famiglia Schraus, prestatogli per un'impresa stravagante.
Rifacendo la via dove abitai nell'infanzia, spesso ho levato gli occhi a quella balconata: Irma, Rosetta, Nellina, che n' di voi oggi, dopo tanto tempo, in un mondo tanto mutato? Rifior il tuo cuore, Rosetta? Trovasti un po' di bene sincero?
Ma non ne avrei saputo nulla, senza un caso straordinario.
Un improvviso ricordo, da parte dei signori del Tribunale, ch'io sono anche uomo di legge, mi fece arrivare or non  molto la nomina a curatore d'un fallimento: "Giorgio Schraus, orologi". Era proprio il loro negozio, ma gi da quindici anni ceduto a un cugino del padre. Ci nonostante, entravano nella faccenda anche interessi delle mie amiche d'infanzia; e invece di rispondere a una lettera che mi pervenne dal loro vecchio indirizzo, andai di persona.
Perdoni, avvocato. Mia madre sarebbe voluta venir subito da lei, ma sventuratamente non  in grado di muoversi.
Quella che mi diceva cos, senza aver neppure l'aria di riconoscermi, era proprio Rosetta: povera, sottile, delicata personcina, coi capelli grigi, in veste grigia, ma ancora con qualche tratto della sua graziosa irrequietezza d'una volta, ancora con un soffio di cipria dimenticato sul viso.
La madre era su d'una poltrona, paralitica da molto tempo. Loro due sole ecco a che cosa era ridotta la gaia famiglia Schraus.
Dopo ch'ebbi promesso a Rosetta di far del mio meglio per salvare i suoi interessi, non seppi tenermi dal domandare:
E Irma?
A Tunisi, maritata a un medico.
Ma dal tono della risposta capii che neppur quella aveva avuto fortuna.
E Nellina?
La signora, a cui prima avevo dovuto stentar molto per far sentir qualche parola, diede subito un gran sospiro.
Rosetta mormor: Nel novecentodiciotto... con la spagnuola.
Il mio sguardo si perse intorno, per la stanza: su d'una consolle era un grande orologio a forma di cattedrale: certo, l'orologio col carillon.
Ricorda?, domand piano Rosetta, che aveva seguito il mio sguardo. Rimase un po' a pensare; poi alzatasi senza dir nulla, tocc l'orologio.
Le chiare, spiccate note argentine sparsero nella stanza uno sbigottimento dolce e penoso, a cui l'animo non reggeva: Rosetta stessa era rimasta come allucinata, con la mano sospesa ancora nell'atto di toccar l'orologio e gli occhi smarritamente immobili. Un minuto; poi arrest il carillon, e si volse ad abbozzarmi un sorriso.
Non sapevo che dirle, e tuttavia non trovavo il modo di prender commiato. Allora ella parve dimenticar ch'io fossi l: china sulla madre, che teneva chiuse le palpebre come dormendo, si mise ad accarezzarla pian piano ed a lungo. Solo poi, nel tendermi la mano sulla porta, sussurr: Il peggio dell'anno  passato. Ora che son tornati i bei giorni, mamma corre meno pericolo.
Ma i bei giorni, il bel tempo, la sospirosa aria primaverile, che mi parve al di fuori esser divenuta pi grave di desideri e rimpianti inappagabili, pi sapida di passione, pi fervida a risuscitare e struggere insieme, del suo povero cuore che mai avrebbero fatto? Andavo stordito tra mezzo alla gente, soffrivo per lei, supplicavo dentro di me: Abbi piet, o primavera, piet dei poveri, delusi cuori femminili!
...
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LA GUARIGIONE.
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Ella non li ha contati, gli atroci, interminabili giorni seguiti alla catastrofe dell'amor suo. E sono stati mesi, fatti di un'ora sola dilatatasi in eterno; d'un solo angoscioso pensiero che le penetrava assiduo finanche nel sonno tanto a lungo supplicato, trafiggendolo d'un sottile spasimo o aggravandolo d'un oscuro affanno. Che le giovava non abbandonarsi al suo male, inerte nella certezza di doverne morire, ma anelante alla guarigione, lottare per tirarsene fuori, sebbene persuasa che ne porterebbe i segni per sempre?
Cercava una romanza sul pianoforte, e si fermava sbalordita, con le mani sospese sugli accordi d'una canzone, udita o sospirata con lui nel tempo felice, che anche cos bruscamente interrotta seguitava a riempir l'aria intorno e avvolgerla fino a ubriacarla in un'atmosfera di rinnovati rimpianti. Chiedeva oblio alla lettura, e mentre gi si era illusa di sfuggire al suo unico pensiero, una parola, un'immagine, l'eco soltanto di un verso le vibravano in cuore com'una lama o l'abbattevano singhiozzante col viso sulle pagine. Veniva alla finestra, per la speranza di perdersi nella vista della via e delle cose circostanti, e sentiva velarsi gli occhi che aveva tentato invano di svagare, o, alzandoli al cielo quasi a implorarne piet, adombrarsi ancora di pi profonda, annuvolata tristezza.
Neppure lo specchio sapeva pi distrarla un poco, lo specchio dinanzi al quale arrestava le cure dell'abbigliarsi per fissare nelle pupille attonite il suo stesso tormento o sogguardarlo sulle palpebre dalle lunghe ciglia affaticate.
Oh, in quel tempo, nonostante le regole che s'era imposte, i severi divieti che s'era comandati per aiutarsi a dimenticare, tutto cospirava a impedirle d'uscire dall'oscuro carcere di s stessa: perfino le voci della strada, grida di venditori, pianti di bimbi, scrosci di piogge notturne.
E tuttavia... ora non pi. Altri giorni son seguiti, vacui giorni di tedio e di svogliatezza, in cui, simile a una dormiente,  rimasta senza alcun ricordo, estranea a ogni desiderio.
Passati anch'essi: ora eccola in piedi come prima, ritornata quasi quella che fu.  proprio la guarigione? E da quando  avvenuta? Non sa dirlo neppur lei, contenta del fervor di vita che l'ha presa stamattina, quando ha aperto le imposte e l'ha investita il sole.
Giacch questo desiderio la tenta, rivenuto dopo tanto tempo da sembrar nuovo, d'uscir a passeggio, mescolarsi alla folla o scendere lungo il mare, vuol obbedirgli subito, per paura che un indugio glielo possa portar via dal cuore e lasciarla pi triste. E per la prima volta si rallegra di aver provveduto a rinnovarsi l'abbigliamento autunnale, che, messo finora senza piacere alcuno, pu dire d'inaugurare soltanto oggi.
Gi sul portone, dove s' soffermata a infilarsi i guanti, il sole l'ha tutta circonfusa, dandole il senso che abbia varcato davvero la soglia d'una tenebrosa prigionia e che nel primo, ampliato respiro le risusciti l'animo.
 una dolcezza un po' perplessa, che le fa lento il principio del cammino per la strada tranquilla e lontana dai rumori della citt sottostante, fino alla cima delle ripide scale scorciatoie.
Queste le s'aprono dinanzi come un'improvvisa memoria di fanciullezza, rendendola pi leggiera di gradino in gradino, e attirandola all'ultimo in un irrefrenabile saltellare, tra spavento e riso per il pericolo di un ruzzolone, dal quale scampa a stento con un piccolo grido.
Libera! Libera! Ora lo sa, ora n' certa; ha gettato il suo fardello, sciolto le sue catene: pu pensare a tutto e a nulla, andare o sostare a suo gusto, cogliere un piacere a ogni passo; e nel lieve affanno che le dura in petto per la frettolosa discesa, le par quasi di sentir gli aneliti della riguadagnata libert.
Da che, acostandosi ad una vetrina, ha visto balzare la sua figura in una rivelazione di snellezza e di grazia, si diverte a cercarla ancora e salutarla ad ogni nuovo incontro, con un sorriso a fior di labbra, tra la celia e l'indulgente tenerezza per s medesima: ben tornata, Adele! ancora bellina, ancora giovane! ben tornata al sole e alla vita!
Ma or ella si trova in vie popolate, nel centro della citt. E pel timore di aver scoperto davvero alla gente quelle parole dette in pensiero, abbassa la testa come una bimba confusa, seguitando cos qualche tratto di cammino, con un leggiero rossore, che pur non smette di sorridere sul volto delicato.
Una piccola bottega, a un angolo della strada, piena di gabbie sospese o deposte una sull'altra, onde si mostra tutta un garrulo e variopinto popolo fervido d'ali, di ciuffi e di becchi, l'arresta a lungo in obliosa meraviglia, con sulle labbra le stesse felici esclamazioni ch'escono dal gruppo di ragazzetti al quale s' mischiata.
Ma insieme con lei e proprio al suo fianco sta fermo anche un uomo che non sorride n esclama, come se guardando gli uccelli meditasse una faccenda seria. Ella si scosta un poco, senza badargli: solo un tratto dopo che ha ripreso il cammino, le viene il pensiero d'essere seguita, e se n'accerta con la coda dell'occhio.
Oh, non se ne adonta, stamani! Anzi,  solleticata da una insolita punta di civetteria, quasi senza curiosit per la persona dello sconosciuto di cui pi che altro ha notato il cappello a bombetta; ilare e paga di portarselo dietro come un omaggio alla sua grazia come l'annunzio che di nuovo accorrer a lei l'amore.
Sar domani, tra un mese o tra un anno, che importa? Non glielo promette anche questa leggerezza del cuore? E non dovr mai perderla, questa leggerezza, perch ora ha imparato; perch non accetter altra parte che quella del comando, e sar lei a frodare, se occorra; a trascorrere oltre, se mai glie ne venga il capriccio.
Intanto, invece di continuare la via verso il mare, dopo un po' d'incertezza a un cantone, si mette nella strada che sale, infrangendo un suo stesso divieto, oramai non pi necessario. Tanto  sicura di s, che vuol concedersi la prova della propria tranquilla indifferenza per quei luoghi cos pieni di ricordi, tornandovi, quasi a sconsacrarli del tutto nell'animo suo, con la scorta di quella compagnia avventizia.
Questa  la salita per la quale si sent tante volte sconvolgere il cuore, e qui, sulla soglia della bottega, ecco il garzone beccaio dai capelli rossi, al cui sguardo curioso le pareva sempre di non riuscire a nascondere l'angoscia del suo volto. Ora gli ricambia l'occhiata quasi insolente. E pensa: Stupido, ti fa meraviglia di rivedermi?
Se va piano,  solo perch il salire le d un po' di fatica o la rallentano gl'inciampi del lastricato ancora smosso. Ma proseguir fino in fondo, fino alla piazzetta poco discosta dall'ufficio di lui, dove la sua passione ha conosciuto i sussulti, gli spasimi, i pi folli e disperati tormenti.
Dio, com' cresciuta la bella bimba della stiratrice, che la primavera scorsa le correva incontro barcollando a chiederle un fiore! Vorrebbe farsi riconoscere, e le sorride invano, col desiderio di chinarsi ad abbracciarla. Son sei mesi dall'ultima volta, nel mezzo di maggio, quando i pianini suonavano "Ramona". Stamattina non induger a lungo, appena il tempo di prendere un vermouth nel piccolo bar, di fronte alla cassetta delle lettere. Se pure per un caso inverosimile egli anticipa l'uscita e la vede, che cosa pu succedere?
Ma appena nel bar, guardando l'orologio del polso, siede a un tavolino e si consente la sosta del quarto d'ora che manca al mezzogiorno, risoluta d'andarsene al principiar del quindicesimo minuto. E gi tanto lontana con la mente dall'uomo tiratosi appresso fin lass, che a vederlo entrare e volgersi si domanda che voglia da lei quella grassa faccia da maggiordomo; e alza uno sguardo di cos inequivocabile stupore, che l'altro, confuso, fa con la bombetta un leggiero cenno di saluto, si rigira e scompare. Ella non ne sorride nemmeno: chinata la fronte, resta a sedere dinanzi al bicchierino vuoto e al vassoio delle paste intatte, affondando in un vago scoramento, con un senso di freddo nei piedi fermi e l'impressione che, fuori, il mattino si sia annuvolato d'un tratto. Il colpo del mezzogiorno la fa sobbalzare e levarsi. Ebbene, no. Ha un poco di tempo ancora, fin quando non apparir quel lungo prete sempre affrettato, che attraversa la piazza con un gran dimenar di braccia e di falde, precedente d'oltre un minuto l'arrivo di lui.
Paga al banco, risponde distratta a qualche parola della padrona che la conosce, e spia verso la strada, trasalendo poi per quella stessa apparizione che l'era parsa ritardare. Non c' pi tempo ora, soltanto un attimo. E tuttavia ora  lei che parla alla donna del banco, sebbene non sappia che cosa stia dicendo. Infine, si decide brusca, passa la soglia, guarda... Ma subito ogni forza le vien meno, se non quella di rivoltarsi di colpo verso la porta del bar e tenersi in piedi, tremante, con le spalle alla via. Egli  passato, dondolando un poco come al solito l'alta figura sul passo tranquillo. L'avr vista, certamente. Non l' parso finanche di sentirsi chiamar piano "Adele"?
Ma no, non ha susurrato nulla, forse non l'ha vista nemmeno.
La padrona del bar la guarda con interrogativa meraviglia.
Mi gira la testa, geme lei, e si butta a sedere dinanzi al tavolino, serrandosi la fronte tra le mani gelate entro i guanti.
Quella si accosta premurosa.
Niente... niente! Mi lasci riposare un poco. Ecco, son gi rimessa.
Quando s'alza, sebbene sorrida,  ancora cos smarrita, che l'altra la richiama per consegnarle la borsetta abbandonata sul tavolino.
Come sta bene, lui! sospira tra s, Non  stato mai cos bene!; giacch nel rapido, furtivo sguardo se n' impressa tutta la visione nel cuore.
Ora cammina come spinta dalla furia di affrettarsi a casa, di andarvisi a chiudere il pi presto che possa, facendo la via con un sordo gemito nella mente, dinanzi alla quale le torna continuo, misto a tutta la sua pena, il ricordo d'una lepre in gabbia veduta stamattina nella bottega degli uccelli.
Si trova nei pressi di casa sua senza sapere come ci sia giunta, e di gradino in gradino, per le lunghe scale che portano alla sua strada, si sente cogliere da cos grande, cos affannosa stanchezza, da doversi a tratti fermare, tentata di gettarsi a terra, perdutamente, nella sconsolata persuasione che non  guarita e che non guarir mai.
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BIEMME.
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1.
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Fu una mite, delicata bambina, con grandi occhi tra spauriti ed assorti sul visetto tenue, mosso da pallori e rossori improvvisi.
A otto anni, poich i suoi capelli eran gi lunghi e folti, la madre cominci a pettinarla da donna, nella stessa foggia un po' tronfia che usava per s; e quella pettinatura pesante le accentuava di sacrificio l'aria patita.
Ogni giorno, dopo scuola, la portavano nella bottega del padre, la quale, con il bel cognome Finamore sull'insegna, era una piccola cereria, in una strada del sobborgo. L, in quel vano malodorante per la prossimit della fabbrica, cui davano accesso due scalini in fondo, ella trovava un cantuccio per imparar tranquilla le sue lezioni, e qualche volta si metteva a scrivere seduta proprio sugli scalini, posando a terra la boccetta dell'inchiostro presso il quaderno aperto.
Il padre, nell'andare dal banco alla stanza della fabbrica, faceva per ischerzo la mossa d'inciampare in lei, specie quando nella bottega c'era qualche cliente, poi la scavalcava con una risata. Ma talora voleva che smettesse, per non guastarsi gli occhi e ingobbire con lo star tanto a lungo e cos scomodamente applicata; e anche questi ammonimenti gli uscivano con pi calore, se non mancava chi li sentisse e facesse le meraviglie d'una bimba tanto studiosa. Allora ella arrossiva, e subito chiudeva il quaderno.
Del resto, sapeva aspettar con pazienza l'ora in cui si serrava la bottega, svagandosi in fantasie che la tenevano tranquillamente immobile come lo studio; e le stesse persone che entravano e uscivano senza badarle, le davano motivi di fiabe con una parola, un gesto, un cenno, dei quali faceva trasfigurazioni sempre diverse e straordinarie: quella donna in lutto, che aveva comprato un cero, sarebbe andata scalza, con in mano quel cero acceso, fin sulla cima d'una montagna, per veder tra gli angeli il figliuoletto morto; quella ragazza, che nell'aggiustarsi le calze non finiva di ridere, la notte scappava dalla finestra per una scala di seta, e avvolta in un manto da regina correva a balli meravigliosi; quel grosso prete, sempre accigliato nel pagare al banco, teneva in casa una nipotina orfana, chiusa per eterna penitenza in un armadio a muro, dove la faceva crescere pallida come il grano che si prepara per il Sepolcro.
Spesso, per destarla nel mezzo di quell'incantato fantasticare, la madre, che veniva in bottega sul tardi, le dondolava la testa con una tiratina d'orecchi. E questo modo di svegliarla era diventato un gioco per le ragazze della fabbrica, che in due, ciascuna da una parte, accompagnavano l'alterna tiratina col nome ripetuto in cadenza: Bianca Maria! Bianca Maria!
Ai coniugi Finamore, simili nella grossa persona come fratello e sorella, quella figliuola era giunta quale un dono tardivo della sorte, dopo sei anni dal matrimonio fatto in et non pi giovanile. Gi l'averla avuta pareva loro una maraviglia cui stentavano ad abituarsi, e forse perci s'accorgevan meno dell'altra: che si straniasse tanto, nella figura e l'indole, da tutt'e due. Per il suo avvenire s'eran fermati nel pensiero di prepararle con i loro guadagni la miglior dote possibile, e ringraziavano il cielo che, mostrandosi tanto remissiva e cheta di natura, certo non li avrebbe mai messi in affanno.
Non rammentavano che la bambina si fosse mai impuntata a negar loro qualche cosa, tranne due volte sole: ma in due circostanze bizzarre, che non potevan essere prese quali segni di un'insospettata fermezza, nascosta nel fondo di quella solita docilit.
Una volta, un parente aveva portato in casa varie maschere di cartone, tra cui una piccola, scelta apposta per lei. Bianca Maria s'era divertita a veder gli altri mascherarsi, ma, giunto il suo turno, non acconsent nemmeno per un momento, nonostante che le si fossero messi intorno a pregarla, e quando il padre e quell'altro l'avevano afferrata per costringerla al loro desiderio indispettito, fu buona a svincolarsi e fuggir via, in uno stanzino della soffitta, dove, muta ad ogni pi rassicurante richiamo, rest chiusa fino a sera.
Anche la seconda volta fu in occasione di una visita. Se agli ospiti si voleva dar prova di particolare riguardo, s'invitava Bianca Maria a baciar loro la mano. Ma un giorno che la sospinsero verso un anziano signore panciuto (un ricco negoziante di caff) ella inesplicabilmente non volle: prima, con furtive occhiate che supplicavano grazia dai suoi; poi con palesi dinieghi del capo; infine, col mento fermo sul petto e una vampa sul visino ostinato, che il padre, quasi furibondo, inchin con forza sul bracciuolo della poltrona, dove il visitatore stendeva la mano paziente. Ma le labbra non si disserrarono. E il padre stesso si compiacque in seguito di narrare il fatto con molte risa: tanto pi che quel ricco negoziante cadde poco dopo in vergognosa rovina, ed egli poteva ripetere che la figliuola aveva mostrato buon fiuto.
Rimasta bassina fin ai dodici anni, cominci poi ad allungarsi cos alla svelta, che ai suoi parve vedersela innanzi giovinetta da un giorno all'altro. Pensarono allora che oramai era gi istruita abbastanza; e non volendo farne una dottoressa, la levarono dalla scuola, dove aveva compiuto tre corsi oltre l'elementari. Piuttosto, giacch un debitore della cereria le aveva regalato un violino, la ragazza poteva applicarsi a imparar di suonarlo e acquistare una dote da far figura in societ.
Bianca Maria mise subito nelle lezioni di musica tutto l'ardore sviato dagli altri studii: taciturna, timida, senza compagne, sent che nella voce del violino poteva spander libera ed alta quella mai fin allora espressa delle sue vaghe fantasie, e cos interrogare il suo cuore e averne risposte in un linguaggio che, pur riempendo l'aria intorno e salendo fino al cielo, rimaneva segreto.
Era negli anni della sua prima adolescenza: come di giorno in giorno le cresceva il cuore, cos quasi altrettanto rapidi e continui furono i suoi progressi.
Nel timore che il padre potesse fermarla anche in quegli studii, fu pronta ad obbedirgli appena le chiese di mostrare la sua bravura alla gente.
Il sacrificio le riusc presto mitigato dal senso che a nessuna delle persone frequentatrici della sua casa correva rischio di svelar con quel linguaggio qualche cosa di s: le facce, nel fingersi attente, diventavano come di pietra, e la musica vi rimbalzava sopra come un'onda, per sollevarsi e dileguar via nell'alto senza lasciar loro se non un'eco stordita di percossa.
Furono appunto quelle facce, usuali in casa e in bottega, a suggerirle un'idea in cui pareva entrare qualche vago ricordo di fiaba: che, cio, tutti gli uomini portassero sull'alto della fronte, non visibile se non ad occhi illuminati che sapessero scoprirlo anche sotto i capelli, un segno colorito o di giallo o di rosso o d'azzurro. Nella maggior parte di coloro che conosceva era purtroppo il giallo, e per essi il violino non aveva parole. Neppure gli altri, quelli del rosso, potevano intenderlo veramente. Coloro, invece, dell'azzurro... Ma dovevano essere tanto rari! A casa sua non ne veniva nessuno.
Ella s'era andata accorgendo pian piano che intorno a lei la clientela e le conoscenze del padre s'erano accresciute e mutate; e ch'egli non si occupava pi soltanto della cereria, rimanendo assai pi tempo in casa a ricever persone e spesso a litigar con loro. Soprattutto, s'era fatto diverso, pi affannoso e facile agli urli, agitato come se avesse addosso la febbre, mentre gli agi della casa aumentavano, la tavola era assai pi ricca, la madre metteva uno sfarzo insolito nel vestire. Gi parecchie volte nell'infanzia s'era dovuta prestare a rivedere qualche conto o ricopiare qualche fattura sulla carta intestata al bel nome di Edoardo Finamore. Ma ora il padre, volendo un controllo in calcoli complicati, ricorreva a lei anche pi spesso, pregandola di posare il violino per dargli aiuto con la sua istruzione. Era un'aritmetica nella quale sentiva avvilirsi pi il cuore che la mente; e quando dai numeri alzava in faccia a lui gli occhi mortificati, non riusciva a staccargli lo sguardo dalla fronte, come indugiando in una paurosa inchiesta. Ma se s'accorgeva che egli la guardava a sua volta, arrossiva di colpo, e chinava il capo.
Era arrivata ad intendere che fosse il nuovo commercio paterno, ma rifuggiva dal designarlo anche tra s col vero nome. E nessuno glie ne faceva cenno; neppure la madre: la quale per non doveva certo condannarlo, poich s'abbandonava sempre pi alla sua placida e sorridente indolenza.
Quel po' di danaro era costato a Edoardo molto lavoro; poteva bene cercare di farlo crescere coi prestiti il meglio che gli riuscisse.
Un inverno, nel suo diciassettesimo anno, Bianca Maria s'ammal di tifo.
Dalla convalescenza parve sbocciare alla giovent in una sola stagione, con una nuova grazia nella figura, snella ma non pi gracile, e nuovi colori sul viso, delicato ma non pi patito, sotto i capelli che ricrescevano in folti riccioli d'un bel biondo dorato.
I suoi si preoccuparono che il caldo estivo in citt potesse arrestarne il rigoglio dopo la lunga malattia, e la mandarono a villeggiare presso certi loro parenti che vivevano ad Ischia. Accondiscese volentieri, anche perch avrebbe trovato una compagnia a lei non sgradevole nella ragazza di quella famiglia: l'unica delle sue coetanee con la quale nell'infanzia aveva avuto un po' di dimestichezza.
Arriv, portando con s il violino, ai principii di giugno, quando l'isola manda incontro sul mare il profumo delle sue ginestre, e la sera, tra il canto dei grilli, le lucciole errano a sciami nelle pinete lambite dal sospiro delle onde dormenti.
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2.
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Scendeva presto alla spiaggia con la cugina Emilia, e si stendevano tutt'e due sulla sabbia, da dove i pescatori ritiravano le reti. I bagnanti erano ancora pochi, rimanevano perci in tranquilla solitudine anche nel mattino inoltrato, non parlandosi molto neppur tra loro, mentre le mani si svagavano a stringer la rena. Qualche volta Emilia accarezzava affettuosamente quei riccioli nuovi della compagna, e glie li alzava dietro gli orecchi, come per darle al viso maggior vezzo d'ingenuit. Bianca Maria sorrideva, poi tornava a incantar lo sguardo sul mare luccicante al sole, ove, presso o lontano, le vele non mancavano mai.
Da qualche giorno dopo la prima settimana, passava per la spiaggia un giovane coi capelli al vento, in calzoni bianchi e giacca alla canottiera, dalle cui tasche spuntava un libro o un giornale. Emilia, rispondendo all'inchino, nel saluto ne diceva il nome, Ludovico. Una volta, chiamato per una notizia, fin col sedere al loro fianco, sotto il grande ombrello che piantavano nella sabbia.
Torn sempre, da allora. Era ancor quasi un fanciullo, con un'aria un po' malinconica anche nei frequenti sorrisi: parlava di romanzi, di versi, e di tratto in tratto s'infervorava, ma come a suo malgrado, perch poi, tacendo di colpo, rimaneva a lungo in silenzio.
Bianca Maria stava cheta in ascolto; e spesso a quelle parole, ch'egli, guardando il cielo o le mani intrecciate sui ginocchi, pareva timido di rivolgere all'una piuttosto che all'altra, si sentiva riempir l'animo d'una vaga eppur meravigliata persuasione, come le s'illuminassero nel profondo pensieri e sentimenti gi suoi da tempo, ma fin allora avvolti in ombre confuse.
Un momento che tacevano tutt'e tre, s'era assorta a tracciar col dito grandi lettere sulla sabbia.
Biemme, lesse lui, d'un tratto.
Ella lo guard sorpresa.
Come ha detto?
E passando la mano su quelle lettere, aggiunse a bassa voce:
Sono le iniziali del mio nome. Io mi chiamo Bianca Maria.
S, ma mi pare che le stia bene anche Biemme, la signorina Biemme.
Chin la testa a sorridere, quasi sul punto di mormorar "grazie", senza sapere se gli fosse pi grata di quel nome nuovo, ignoto alla gente o della dolcezza con cui l'aveva detto.
Questo segn tra loro il principio d'una spontanea confidenza. Emilia, naturalmente affettuosa, resa anche pi benevola dal suo ricambiato amore per un giovane capitano di mare allora in viaggio, li favoriva senza averne l'aria.
Egli passava l l'estate presso uno zio prete, ma era veneto, figlio d'un agricoltore: cio, come gli piaceva dire, d'un contadino.
Avendogli il padre consentito di continuare gli studii solo a patto che si avviasse per l'avvocatura, ora seguiva a Padova i corsi di legge, contro voglia e con la certezza che non sarebbe divenuto mai avvocato. E parlava a Bianca Maria della sua vocazione vera, ch'era quella di scrittore, anzi, osava appena confessarlo, di poeta. Gi dal religioso fervore con cui ne faceva discorso, si capiva che nulla l'avrebbe rimosso da quell'ideale, in cui non metteva speranza alcuna di lucro o di vanagloria; ma la sua stessa ragione di vivere. Bianca Maria, ascoltandolo, lo guardava alla sfuggita, e finiva involontariamente col fissargli lo sguardo sull'alto della fronte, donde nascevano i capelli, sollevati e aperti come una raggiera dalla brezza marina. Ella, a sua volta, con un candido piacere appena velato dal tono un po' sommesso della voce, gli raccontava di s, delle sue fantasie di bambina, dell'amor suo per la musica e dell'altro mal soddisfatto per la lettura.
Egli le offerse subito di portarle bei libri; e le diede tra i primi Paolo e Virginia, I dolori del giovane Werther, Sogno d'una notte di mezz'estate.
Pur nel vago tumulto d'immagini e di sentimenti svegliatile da quelle letture meravigliose, si preoccup ch'egli potesse crederla maggiore del vero, assai diversa dalla povera, umile ragazza, ignorante ed anche sciocchina, quale, con mortificata coscienza, ora si riconosceva. E sentiva in cuore quasi una brama ansiosa di trarre dal fondo di s medesima un'altra nuova, pi degna d'intrattenersi a parlare con lui, pi atta a comprenderlo e seguirlo nel volo dei pensieri e dei sogni. Era una brama ora sorta; eppure le pareva d'averla avuta sempre, fin da bambina, come per il presagio che un giorno l'avrebbe incontrato: forse questo significavano i silenziosi ardori della sua fanciullezza per le fiabe, la lettura, e, in ultimo, la musica.
Ma si faceva animo di rivolgergli domande sui libri letti, con dubbii ed osservazioni che aspettavano un giudizio; ed era felice quando delle prime, insicure parole si sentiva subito indovinata.
Cos avvenne a proposito del Werther. Nonostante il pietoso suicidio, a lei pareva che quell'amore fosse manchevole in qualche cosa: cio, non vero e profondo amore. E nel segreto di s restava assai incerta se dovesse figurarsi Werther col segno azzurro.
Carlotta, s, disse Ludovico, Carlotta, che pare tanto pi fredda, sapeva sacrificarsi ed amare sul serio. Invece Werther rifuggiva da ogni sacrificio, e perci si uccise. Se si fosse innamorato con l'anima e non solo con la fantasia, si sarebbe fatto una forza del suo stesso amore, anche nella rinunzia, e avrebbe imparato a vivere per un ideale.
Sebbene queste parole togliessero molta seduzione al personaggio, pure Bianca Maria n'ebbe una lieta certezza per l'avvenire di Ludovico, e il segno azzurro negato a Werther le apparve sicuro sulla fronte di lui: come ogni volta che diceva "ideale", mettendo un'inflessione pi grave e commossa nel suo dolce accento di veneto.
Salivano in barca, tutt'e tre. La pi brava a remare era Emilia, ma anche Bianca Maria voleva il suo turno, divertita della sua stessa inabilit.
Non riusciva ad imparare: i remi, battendo di piatto, spruzzavano l'acqua intorno e fin addosso a loro, mentre la faccia le si accendeva, in quel vano affaticarsi, di una allegra, fanciullesca ostinazione. Doveva, infine, lasciar di "battere la frittata", come dicevano gli altri, e cedere il posto a Ludovico. Allora Emilia scivolava da un fianco della barca, e s'allontanava con rapide bracciate, Ludovico finiva di remare, e la barca s'arrestava dondolandosi dolcemente. Erano loro due soli, lontani dalla terra, avvolti di luce e di silenzio. Egli quasi ogni volta si metteva a recitar versi: poich la sua voce un po' trasognatamente velata e il soffio della brezza sperdevano di tanto in tanto qualche rima, ella se li faceva ripetere, protendendo il viso raccolto e felice, come a una carezza soave.
Oltre a sentirli in barca, Bianca Maria cominci a riceverli senza firma su d'un foglio, piegato come una lettera, tra le pagine d'ogni libro che Ludovico le prestava. Ed ogni volta, scoprendo quel foglio ed aprendolo, aveva al cuore un balzo di gioia.
Le rime cantavano per lei e di lei, tutte soffuse di delicata tenerezza, tutte mosse da un contenuto desiderio, quasi stessero per dire una parola e non osassero mai, riempendosi di quella come d'un sospiro e lasciandola infine come un'eco. Neppure il suo nome era detto; tranne che nel titolo, sempre il medesimo: a Biemme. Ma quell'eco vibrava a lungo nell'animo di Bianca Maria, forse anche pi che se avesse trovato la parola.
E sentiva l'incanto spargersi sulla sua persona, come dinanzi a uno specchio che gliel'abbellisse magicamente, perfino nelle pi modeste cose che le appartenevano, perfino in quella veste bianca che metteva per la spiaggia e che ora, riflessa in quello specchio, s'illuminava di grazia.
Naturalmente, non restituiva il foglio. Uno dopo l'altro, s'accrescevano a formare un suo segreto tesoro, nascosto anche ad Emilia con cui divideva la camera. N faceva a Ludovico accenno d'averli ricevuti, quasi che parlandone avrebbe diminuito la sua gratitudine.
Ma quando dalla casa dei suoi ospiti, ch'era in un luogo un po' romito sulla via del mare, tra le ultime ore di sole e le prime ombre si metteva a suonare il violino presso il balcone d'un terrazzo, dal lato di terra, davanti a cui guizzavano voli di colombi, nel suo pensiero mandava a lui quella musica come una risposta, che trascorrendo in fremiti per l'aria tranquilla l'avrebbe raggiunto da per tutto, oltre gli aranci, i pini ed i muri bianchi degli orti, linguaggio del cuore non afferrabile se non col cuore.
Usciva poi con Emilia per la passeggiata abituale del tramonto, e se, come avveniva quasi sempre, lo incontravano nello sciamar della gente, ella, che aveva appena chinato il capo al saluto e subito lo vedeva passar via, si compiaceva di ripetere mentalmente qualcuno dei versi di lui, immaginando che egli da parte sua avesse nella memoria un'eco della musica di poco prima; e questa idea le faceva credere a un mutuo, invisibile legame, per il quale pur divisi e sperduti tra mezzo alla folla andavano pi uniti che se camminassero con le mani congiunte.
Una volta, dopo cena, aveva accompagnato Emilia in una commissione presso il corriere.
Era una serata assai dolce, al principio di settembre, con un limpido chiaro di luna. Quell'incanto le invogli ad entrare in una pineta poco lontana da casa, dove si misero a camminar per gioco una dietro l'altra sul muretto che la divideva dalla via. Ma l'agitarsi di un'ombra sulla strada deserta le impaur. La prima a riconoscer Ludovico fu Emilia, che, per meglio accertarsene, volle chiamarlo; egli, con un salto, fu subito sul muro, e s'inoltrarono insieme nella pineta.
La luna cospargeva tra i pini il suo argento: al loro passo e alle loro voci ammutolivano i grilli. Andavano tutt'e tre allegri, frettolosi come se rubassero il piacere al tempo, per un terreno diseguale che saliva e scoscendeva improvviso.
Su d'una balza Bianca Maria s'era impigliata con le vesti in un cespuglio, dal quale stentava un poco a liberarsi. Si raddrizz ad un tratto, con un piccolo grido felice.
Che c'?, disse Ludovico voltandosi.
Ella s'era trovata nella mano una lucciola, e ora teneva stretto il pugno. Ma non rispose alla domanda, compiacendosi di rimanere cos, ferma e diritta sul rialzo del terreno, dinanzi a quegli occhi che la fissavano da pi in basso. Poi d'improvviso aperse le dita: la lucciola brill in un rapido svolazzo e and a cadere proprio sulla palma di Ludovico.
Allora Bianca Maria si sent riempire di una gioia immensa, quasi dalla mano aperta la sua anima fosse volata a lui ed egli l'avesse raccolta per sempre.
Il mattino dopo, sulla spiaggia, avvert per la prima volta il presentimento dell'autunno. Cominci a non dormire la notte, fissa nel pensiero di quel volo di lucciola e in ascolto del respiro delle onde che entrava dalla finestra socchiusa. Forse nel giorno di cui gi sorgeva l'alba... Ma perch ora aspettava che quella parola le fosse detta? Che avrebbe potuto aggiunger tra loro?
E guardava Emilia, nel letto accanto, per invogliarsi a dormir fiduciosa anche lei.
In obbedienza ai suoi, doveva partir prima di Ludovico. Gi il cattivo tempo li tenne divisi due o tre volte; ma l'ultimo giorno potettero ritrovarsi alla spiaggia. Nonostante il buon volere di Emilia, rimasero mestamente taciturni. Solo sul punto di separarsi, ella, con molta confusione, riusc a fargli intendere che, passando verso il tramonto per la stradetta dinanzi alla casa, l'avrebbe sentita suonare il violino.
Suon, come sempre, in piedi presso il balcone del terrazzo, dove non poteva esser vista dalla via: ad un tratto interruppe brusca la suonata che pi le piaceva, e si affacci. Non lo scorse subito, perch s'era messo a sedere, oltre la casa, sul muricciuolo d'un orto. Per guardarlo l'ultima volta dov ripararsi con la mano dai raggi del sole calante.
Dopo cena, nel radunar la sua roba, mentre Emilia gi si spogliava, indugi distratta a tentar le corde del violino, che aveva preso per chiuderlo nell'astuccio.
Suona un poco, le disse l'altra, chiamami i buoni sogni.
Cominci con mano leggiera, di tanto in tanto volgendosi con gli occhi a Emilia coricata.
Smise dopo qualche momento, e s'accorse dal respiro che dormiva. Allora, dimenticatala, s'accost alla finestra e infuse tutta l'anima nella sua pi cara suonata, la quale ripet da capo a fondo pi volte, finch non sent acchetarsi la brama che l'incitava, e solo allora le parve di aver reso a Ludovico il saluto desiderato.
Poi stette ancora alla finestra, al cospetto della notte calda, quasi afosa, con lo sguardo errante dal mare al cielo, mentre nel respiro delle onde chete ogni tanto passava un fremito. Le stelle le apparvero fisse, un po' opache: guardandole a lungo, le vide infine tremolare in un groviglio di raggi, e subito si sent le lacrime scender per la faccia.
Il mattino fu maltempo, con raffiche di libeccio; ma le consigliarono di non rimandare la partenza, perch nei giorni seguenti il mare si sarebbe fatto anche pi grosso.
Nonostante gli scossoni dell'onde e le folate di pioggia, rest sul ponte del vaporetto, con una mano ad una fune e l'altra alla sciarpa che voleva avvolgerle il viso, senza mai distaccar gli occhi dall'isola dileguantesi nel fosco, mentre l'animo le sbatteva anch'esso tra pensieri di fede e presagi di dolore.
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3.
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Seguirono tempi assai penosi: stentava a riprendere la solita vita, a riavvezzarsi alla solita gente, perfino alla casa che l'opprimeva come se fosse diventata pi stretta e scura. Nemmeno chiudendosi in camera poteva non udire il vociar del padre o delle persone che spesso litigavano con lui.
Dinanzi allo specchio, si domandava se fosse proprio quella medesima che nella barca, in mezzo al mare, s'era sentita sul viso pi leggiera e dolce del vento la carezza di due giovani occhi grigi e, sotto la luna, nella pineta, aveva visto la sua ombra allungarsi come stregata sull'erba e danzar confusa ad un'altra in mutua attrazione.
Eppure pass l'inverno e la primavera sopportando i giorni in un vago sentimento d'attesa. Non pensava pi di poter tornare a Ischia con la prossima estate, ora che la madre cominciava a dar segni d'un grave mal di cuore, ma credeva che da lontano le sarebbero giunti all'improvviso una notizia, un cenno.
Invece l'estate ritorn e trascorse senza apportarle niente. Sofferse il caldo come mai fin allora, estenuata dall'insonnia e col capo trafitto da un dolore continuo, rifuggente invano dai frastuoni. Tuttavia, quando dov prender dall'armadio, pei primi freddi, una sciarpa dell'anno prima, le sal alla gola un singhiozzo.
Ora lasciava passar settimane senza toccare il violino, e nel suonarlo, poi, aveva da quella voce solo il malinconico piacere dei rimpianti. Ma a Ludovico non faceva in cuor suo alcun rimprovero, e se indugiava a immaginar che cosa egli stesse facendo, lo pensava fra mezzo a prove difficili, assorto a non lasciarsi sviare dal suo ideale. Si rammentava della lucciola volata dalla sua mano a quella di lui; si diceva che, pensandolo, anche da lontano, anche se dimenticata, gli portava in segreto un piccolo aiuto: e questa era la sua consolazione.
Poi, col tempo, dopo il secondo anno, vide quel passato quasi cosparso d'irreale, come l'era gi avvenuto al principio, ma con senso pi profondo.
Nel rileggere i versi di lui, quelle parole scritte sulla carta con forte inchiostro, quei foglietti che toccava e contava la meravigliavano. Le pareva di stringere in mano, da sveglia, fiori colti sulla vetta di un monte fantastico, asceso durante un sogno. I fiori restavano, ma su quel monte non si poteva tornare, perch non esisteva.
Intorno, nell'atmosfera della casa, sentiva preoccupazioni vaghe e coperte, miste ad altre palesi. La cereria era stata smessa, il padre non si permetteva pi le spese d'una volta. S'era fatto inquieto e d'umor vario, pi spesso taciturno, talora espansivo, con grandi abbracci a lei e alla madre, sempre pi ammalata. Per questa ella doveva preparar l'acqua calda, portargliela nella bacinella, in cui, dalla poltrona ove passava tutto il giorno, immergeva a lungo le mani.
In fondo all'animo cominci a scemarle quell'indefinito senso d'attesa, e la voce dei ricordi a farsi pi soffocata.
Una notte sogn d'esser morta, distesa sul letto in quella veste bianca che metteva nella sua estate felice. Ma all'improvviso, da sotto l'orlo delle palpebre, vedeva Ludovico entrar nella camera e chinarsi su di lei cingendole il capo col braccio per sollevarglielo dal guanciale. E subito le tornava la vita, alzava ella stessa il viso a sorridergli.
Rest qualche giorno turbata, come per un'incerta speranza; ma il tempo le cancell presto dal pensiero questa pallida traccia d'augurio.
Nell'inverno in cui comp ventun anno, le arriv una scatola di confetti: era di Emilia, finalmente sposa al capitano di mare.
All'imbrunire d'una gelida giornata, la vigilia di Natale, stava nel salottino, presso la finestra, battendo a terra i piedi infreddoliti e tracciando sul vetro annebbiato lettere che poi cancellava per tracciare da capo, senza neppur leggere quel nome di Biemme che formavano ogni volta. Non s'accorse subito che qualcuno era entrato nella stanza, e a sentir parlare trasal. Era un uomo dalla figura un po' tozza, vestito a lutto: sebbene volesse sorridere, aveva un broncio di mastino, e gli occhi che guardavano assai accesi.
Pap non c', disse lei.
Egli s'inchin agitando la mano che teneva il cappello.
Non importa, posso aspettarlo.
E posato il cappello su d'una sedia, si tolse il cappotto con un po' di stento, che gli arross la faccia quadra e prominente sotto i capelli grigi, fissa a sorriderle.
Prego, prego, non se ne vada. Vuol dire che son venuto a darle noia. La signorina Finamore? Dio, come le sta bene questo nome!
Poi, sedutosi, rattrist la voce d'un tratto.
Che malinconia, la vigilia di Natale! Nelle mie condizioni...
E narr che gli era morta la moglie da poco. Non riusciva a consolarsene: passava le notti senza sonno, e i giorni di festa gli facevano pi profonda la pena.
Ella, impietosita, diede qualche timido cenno d'ascolto, pur aspettando che s'interrompesse per potere andar via. Ma a levarla d'imbarazzo presto sopraggiunse il padre.
Sent pi tardi parlar di quella visita come d'un grande avvenimento.
Aveva una fabbrica di ghiaccio, un grosso edificio nella zona del Porto; era ricco, con la fama di straordinaria abilit negli affari, e perci meritevole di molto riguardo. Si chiamava Rinaldo Leanza.
Torn qualche giorno dopo, poi ancora, poi sempre, non pi per affari, ma per intrattenersi in loro compagnia, da amico. Diceva che ora la sua casa gli era troppo triste; qui respirava un'aria di famiglia, trovava un po' di pace dopo il lavoro del giorno, tra persone che potevano intendere il suo dolore.
Quando Bianca Maria entrava in salotto, sollecitata o sospinta dal padre, egli, continuando a parlare, si metteva subito a sorridere, e accompagnava le parole a lei con un gran gestire della mano sinistra, al cui anulare, aggiunto all'anello suo della fede, portava l'altro della defunta.
A volte insisteva perch gli facesse sentire il violino: com'ella costretta ubbidiva, mostrava subito una profonda attenzione, col mento sulla palma, senza per riuscire a tener fermi gli occhi che roteavano accesi.
Lo incontr una sera sulla soglia del corridoio, e mentre si scostava per lasciarlo passare, lo vide congestionarsi in volto e curvarsi ad afferrarle una mano, che copr di fitti, avidi baci. Ella, strappando la mano con tanta forza da risentirne poi un dolore acuto, fugg in camera, dove scoppi a piangere.
Ma il giorno seguente la madre la rimprover di mostrarsi troppo fredda alle cortesie di lui. Certo egli aveva un serio proposito: era ricco, di pi un brav'uomo, neppure spiacente. La pregava, perci, con tutto il suo affetto, di non scoraggiarlo.
Non posso, non posso... mormor lei.
Perch? Pensaci bene. Dimmi perch.
Non posso.
Ella non sapeva rispondere altro.
Allora, dalla poltrona, la madre prese a gemere, ad affannare, quasi soffocando, con la testa abbandonata.
Ah, tu mi vuoi far morire! mi vuoi far morire!
Bianca Maria spaventata corse per la medicina; anche lei si sentiva soffocare e ripeteva "Oh Dio!" con gemiti affannosi.
Quando fu informato dalla moglie che la ragazza era mal disposta, il padre stette in dubbio sui modi da usar con lei. Il ricordo del negato baciamano al grosso negoziante di caff gli tornava ora a mente con un senso nuovo.
And a cercarla in camera, e le fece un lungo, tenero discorso, confidandole preoccupazioni vere, esagerandone altre, ma con un accento di verit, del quale, dinanzi alla figlia, era persuaso lui pel primo fino alle lacrime.
Aveva sperato di farle una grossa dote, e questo era stato il pi forte stimolo, anzi il solo al suo lavoro incessante, perfino a mettere l'anima in pericolo, col far commercio del denaro. Per amor di lei in questi ultimi tempi s'era avventurato in imprese rischiose, che ora volgevano male e gli facevano preveder la rovina. Si sentiva logoro, forse malato come quell'altra poveretta. Morti tutt'e due, che sarebbe di lei? La provvidenza le mandava un brav'uomo, senza pensiero di calcolo, pronto a sposarla anche povera, quindi innamorato sul serio. Acconsentendo, avrebbe un ottimo marito, un avvenire sicuro e tranquillo, procurerebbe a lui un aiuto, anzi lo salverebbe dalla disperazione. La scongiurava, in nome di Dio, di riflettere: se fin da bambina si era mostrata sempre saggia, non facesse ora il danno suo e quello dei suoi cari.
Nel dir ci le stava innanzi con un volto tanto supplichevole, in un atteggiamento tanto dimesso, che Bianca Maria, avendo vivo nella memoria il triste spettacolo della madre quasi rantolante sulla poltrona, accennava spaurita di s col capo, mentre stendeva la mano sulla fronte di lui, ove i capelli bianchi s'erano scomposti, e l'accarezzava come a cancellarvi qualche cosa.
Pass la notte, che voleva riserbare alla risoluzione ultima, in un duro torpore, per cui le parevano immobili anche la mente e l'anima, impetrati come gli occhi, che, senza pianto, le facevano male. Solo l'udito seguiva un'eco confusa, da lei non riconoscibile se non a tratti, veniente da assai lontano: un continuo, placido respiro di onde addormentate.
E nulla pi. Cos doveva essere ormai: non doveva restarle che quell'eco.
Quando s'alz, era rassegnata.
Ma da allora non volle pi prendere il violino, e forse ci non dispiacque troppo all'altro. Gi l'ultima volta aveva spezzato una corda, e s'era detto che non l'avrebbe sostituita.
Spos la primavera dell'anno seguente, appena egli ebbe compiuto il periodo di lutto.
Quell'uomo rude, dall'animo un po' rincagnato a somiglianza della faccia, s'era acceso davvero, con violenta attrazione di contrasto, della delicata persona di Bianca Maria, e il suo desiderio s'abbatteva su lei quasi rabbioso, come i primi baci datile sulla mano nel corridoio.
Appena si voltava ad abbracciarla, ella subito serrava gli occhi, repugnando, pi ancora che a quelle carezze, a vedergli pender sul petto la medaglia sacra gi della morta, che portava tuttora aggiunta all'altra sua.
Si sentiva tra agi superflui, in una casa troppo grande, dove era inutilmente padrona di tutto. Il marito la canzonava perfino di quella sua ritrosia a profittare del danaro e delle cose, come se la mostrasse per lasciarsi pregare, e continuava a chiamarla tra il vezzo e la burla "signorina Finamore". Soprattutto non riusciva a persuadersi che avesse davvero cos poco appetito, non invogliata nemmeno dai piatti pi gustosi. Egli passava la maggior parte del tempo nella fabbrica, ed anche in casa rimasticava i suoi affari: non s'incolleriva facilmente se non per ragioni di cucina. La domenica l'accompagnava alla chiesa; poi dovevano fare insieme una passeggiata. Bianca Maria, trovandosi al fianco di lui tra mezzo alla gente e in faccia al cielo, soffriva d'una strana impressione, come per aver tradito una promessa solenne e adattarsi ora con troppa tranquilla docilit a non far nel mondo la sua parte vera.
Quale promessa? Quale parte? Il cuore non sapeva darle se non quel vago senso di rimprovero, che pure era una pena angosciosa.
Ma venne un bambino; e con pi illuminata certezza s'indovin.
Gi nel primo momento che lo strinse al seno, tutto l'animo le s'era riempito d'un ardore di volont, come se dovesse subito infondere in quella piccola fronte il segno del destino a cui la consacrava, proteggerla da ogni contrario influsso, formarle intorno da allora, con ogni suo pensiero o atto, l'aria propizia a farla meglio risplendere.
Aveva in mente un nome, ma non os proporlo, e acconsent a quello di Vittorio, sebbene ora richiamasse sempre il ricordo dell'altra immagine, come un auspicio per il figliuolo.
Era tanto impaziente di vederlo crescere e di spiarne tra i primi accenni la luce dell'anima, che cominci a narrargli fiabe mentre ancora lo teneva nelle fasce, sorridendone lei stessa, ma pur serbando l'intima fede di avvolgerlo cos in un benigno incantesimo.
E assorta sulla culla, appena l'aveva addormentato, non mancava di pregare ogni sera.
Nel primo anno di Vittorio le mor la madre; ella convert quella medesima tristezza in accresciuto ardore per il figliuolo, in una chiusa religione, a cui, senza capirla, il marito irrideva un poco, temendo che su quel bambino, florido dalla nascita, un'esagerata vigilanza attirasse le malattie. Non sempre egli sapeva trattenersi dal fare al piccolo qualche celia un po' rozza; allora Bianca Maria l'arrestava con una mano sulla spalla: Ti prego, Rinaldo, ti prego, e la voce e il gesto, sebbene pacati, avevano tanta fermezza da soggiogare quell'uomo.
Una volta, mentre incitava Vittorio a ripetere le prime parole imparate, e tenendolo per tutt'e due le braccia ne chiamava l'attenzione coi cenni del volto, le venne voglia d'insegnargli a dire "ideale", e quella parola, non pronunziata, non udita pi da tanto, le usc d'improvviso con accento grave e commosso, un accento non suo, che subito le fece girar attorno lo sguardo. Si sent arrossire; poi rise, e baci il piccolo che rideva anche lui, svagato.
Com'egli andava crescendo, poteva tenerlo meglio in ascolto dei racconti che gli faceva, per la maggior parte inventati da lei stessa, sempre atti ad avvincerlo e allontanarne la svogliatezza o il sonno. Ma preoccupata di sentirsi col tempo scemar la fantasia, pens di ricorrere alle letture, e una mattina usc per fare acquisto di libri. Non conosceva n titoli n nomi di autori. Fiabe, disse, le pi belle che ci sono.
Il libraio si mise a servirla con sorridente garbo, esponendole sul banco quella merce fanciullesca, in una gaiezza di copertine variopinte e figurate, e suggerendole egli stesso la scelta.
Ella, che avrebbe voluto portar via tutto, in parte segu i consigli, in parte la seduzione dei titoli o delle figure, tra cui la invagh in particolar modo, su d'una copertina bianca, un pavone che spiegava la sfarzosa coda.
Mentre le preparavano il grosso pacco, si guard intorno, e un'ombra di pena le pass sul cuore. Le venivano a mente i suoi primi studii, cos presto interrotti, i libri prestatile da Ludovico, le conversazioni con lui, i sogni che le avevano mossi, e fu sul punto di chiedere al libraio una copia del Werther. Ma no. Quell'antico ardore, sviato, soffocato, era risorto nell'altro, tanto pi grande, d'inalzare non s, ma suo figlio.
Il marito, nel vederla insolitamente occupata a leggere, pigli in mano uno di quei libri, comprese, scosse il capo. Che si proponeva? Perch continuare a riempir di frottole la mente del piccolo? A che cosa voleva tirarlo?
Ella rispose con un tremito nelle labbra. Ma l'altro non si lasci arrestare.
Io voglio che divenga un lavoratore, ecco tutto; che si metta presto sul sodo.
Sar gi molto se imparer a portare innanzi la fabbrica, cosa che non  tanto facile come forse t'immagini.
E con una punta di burla aggiunse:
Da dove ti vengono queste frasche? Ah,  vero, quand'eri ragazza suonavi il violino!
Bianca Maria and ad abbracciare il figliuolo, lo tenne stretto al seno, gli parl col viso sul viso.
Tu gli darai la smentita, crescerai all'ingegno, alle opere belle e nobili, all'ideale.
E questa parola ora la faceva suonare alta, come una sfida.
Poi, interrompendosi, stette ansiosa a esaminarne la faccina, quasi temesse di scoprire indizii, sfuggitile fin allora, di una inesorabile somiglianza con quella del padre.
Si rassicur, gli diede un pi forte bacio, e gli fece in fronte col pollice tre segni di croce.
Le si ravvivavano contro il marito le prime avversioni attenuate dalla domestichezza; l'andava fuggendo con lo sguardo, gli rispondeva appena.
Quando, presala pel mento, egli domand infine per qual motivo ce l'avesse con lui, non riusc a parlare se non tra mezzo alle lacrime.
Lasciami...  per Vittorio.
Ma perch? Non capisco nulla,
E veramente non ricordava pi.
Te ne prego, promettimi di farlo educare e istruire com' nel mio desiderio.
Nel dir questo gli alz risoluta gli occhi in faccia, ma stese, insieme, la mano ad accarezzargli la spalla, come a fargli intendere che in un caso avrebbe lottato con lui senza paura, nell'altro l'avrebbe ripagato con un'amorevolezza nuova.
Bene, bene, egli rispose, lo manderemo all'Universit, ne faremo un sapientone. S, scusami che rido. Ora  cos piccolo! E tu vuoi dar fretta al tempo, come se il tempo non badasse a correre anche troppo.
La mattina dopo ella stava appunto ripensando a queste ultime parole del marito, quando glie lo riportarono in vettura dalla fabbrica, folgorato da una congestione cerebrale. Mor a cinquantadue anni, dopo poco pi di otto dal secondo matrimonio e sei dalla nascita di Vittorio.
Proprio in quel giorno Bianca Maria aveva toccato la trentina.
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4.
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La maggior ricchezza lasciata dal marito era la fabbrica. Liquidarla bene non sarebbe stato facile, n lei poteva senza colpa scemare o compromettere il patrimonio e gli agi del figliuoletto ancora inconsapevole. Un giorno, nella coscienza e nel fervore degl'ideali a cui lo dedicava con le sue speranze, egli avrebbe immancabilmente ricusato d'adoperare quello strumento di fortuna da lei preservatogli: in attesa, riteneva suo dovere trarre da esso tutti i vantaggi appunto per foggiar meglio l'animo di Vittorio a quella ricusa che l'avrebbe fatta felice.
Non trovava intanto a chi affidare il compito di portar la fabbrica innanzi.
Suo padre, gi purtroppo infiacchitosi nella mente, era di pi passato a seconde nozze con una donna avida e poco scrupolosa; i cognati, che Rinaldo aveva tenuti sempre a bada, le stavano ora attorno piuttosto come un pericolo, tradendo nelle offerte la brama di grossi profitti.
Mi prover a far da me sola, si disse; e pensava a quando bambina era pur brava a copiar fatture e riveder conti, sulla carta intestata a Edoardo Finamore commerciante.
Pochi giorni dopo la morte del marito, usc di buon'ora col bambino per mano.
Andava da Emilia, che da qualche tempo aveva lasciato l'isola e con cui s'era stretta di nuovo in fiduciosa amicizia, per pregarla di custodir Vittorio nella compagnia delle figliuole, la seconda delle quali gli era gemella in et. Poi si diresse alla fabbrica, nel quartiere del Porto.
Per la prima volta, in otto anni, s'inoltrava in quell'atmosfera di catrame e di carbon fossile, al di l dei binari su cui si fermano i carri delle merci; e dov domandare a pi d'uno, in un'esitazione resale pi impacciata dal lungo velo nero, prima di trovare il grosso edificio con in fronte il nome sposato da lei.
La riverirono, la circondarono premurosi, ma con la gentilezza di persone che ricevano una visita amabile, anche quando, sedutasi alla scrivania di Rinaldo, cominci a chiedere qualche serio ragguaglio.
D'un tratto, con gesto deciso, si sfil i guanti, si tolse il cappello dal lungo velo, e l'appese lei stessa al muro, dove il marito per cos lungo tempo aveva messo quotidianamente il suo; poi, accomodatasi meglio a sedere, poggi sulla scrivania le snelle ed agili mani, che apparvero a tutti come una sorpresa. Da quel momento cominciava a quel posto il suo lavoro, e invitava gli altri a riprender subito il loro solito, meno qualcuno di cui aveva bisogno per una prima conoscenza degli affari.
Scelse per Vittorio la migliore scuola infantile. Al ritorno lo faceva portare in casa d'Emilia, dove l'andava a riprender lei stessa quando usciva dalla fabbrica. L'amica era rimasta fanciullescamente cordiale, e la favoriva senza calcolo, sebbene rallegrandosi di veder le proprie figliuole messe un poco a parte degli agi del loro piccolo compagno.
Bianca Maria talvolta si portava insieme col figlio la seconda, Giacintina, ch'era assai graziosa e tranquilla: narrava le fiabe a tutt'e due, e a racconto finito baciava tutt'e due le fronti che aveva incantate. Ma su quella di Vittorio, prima d'affidarla al sonno, non mancava mai di far col pollice le tre croci di benedizione e d'augurio. Allora Giacintina guardava sott'occhi, arrossendo del suo stesso segreto desiderio d'averle anche lei.
Il figlio cresceva bene, sveglio di mente, un po' fiero e a tratti quasi sdegnoso in mezzo alla compagnia femminile. I capelli gli si erano fatti assai folti, con un ciuffetto ch'ella si compiaceva di cacciare indietro, come a scoprire un vago segno, vagamente cercato dal suo sguardo sognante.
Una sera, mentre Vittorio e la bimba di Emilia giocavano insieme, le venne voglia di far sentir loro il violino. Stava nell'astuccio, in fondo a un baule, con una corda di meno, non pi rimessa da un giorno lontanissimo che ben ricordava: altre non si era curata di conservarne.
Ma s'adatt a suonarlo anche cos, con ariette facili, canzoni, danze, marce, che accennava e smetteva, divertendosi ogni tanto a minacciar con l'archetto i bambini rallegrati. Poi, senza volerlo, s'obli in una suonata grave e fervorosa, che quel vuoto d'una corda le ruppe d'un tratto in pieno slancio. Aveva fatto male, e rimprover s medesima, mentre si vedeva al mignolo una piccola macchia d'inchiostro rosso, portata dalla fabbrica.
Per fortuna quella corda mancante l'aveva fermata sul principio; il violino stesso negava di suonare se non per il figlio. E cedendolo alle mani tese di Vittorio, stette a guardar contenta con quanta allegrezza egli se ne faceva un balocco.
Davvero per s non si concedeva nessuna indulgenza, nemmeno quella dei ricordi.
Nel recarsi alla fabbrica, le avveniva che per via qualche sguardo o qualche parola le rammentassero ad un tratto d'essere ancora giovane e bellina; ma era pensiero fuggevole quanto il suo passo in mezzo alla gente.
Aveva cure continue, un compito talora assai penoso, con difficolt che il tempo e la pratica stessa le avevan fatto meglio comprendere. Certo, sapendole tutte in anticipo quel giorno che prese posto la prima volta alla scrivania, non sarebbe stata pi brava a mostrare quella tranquilla sicurezza di cui l era rimasta l'impressione per sempre. Le toccava trattar con gente rapace, stare accorta a indovinar mire oblique dietro facce infinte, e questa era la parte pi dura e malagevole del suo lavoro. Ma delle facce aveva fatto studio fin da bambina, nella cereria e a casa sua, e col giallo e il rosso le segnava subito nel libro della mente. L per contagio il giallo s'attaccava anche a lei, e forse, avendolo avuto sempre in germe nel sangue, ora in quell'atmosfera il germe le s'era svolto.
Pensava questo senza vergogna, per spiegarsi la lena con cui durava a quel posto tre quarti della giornata, aspettando dalla sera la ricompensa: poter stare, cio, con Vittorio.
Impar cos a conoscer veramente la gioia delle domeniche e delle feste, a desiderar l'estate per prendere anche lei lunghe vacanze.
Spesso tornava dalla fabbrica con un gran mal di capo: e sui quaderni e i libri del figlio lo sentiva subito sfumare.
Giunse il tempo che, preso a studiare il latino con lui, qualche volta in una conversazione d'affari s'interrompeva, socchiudendo gli occhi, con in mente una frase dell'esercizio grammaticale.
Giacintina faceva il ginnasio, nella stessa classe di Vittorio. Se era presente, quando rivedeva le lezioni del figliuolo Bianca Maria all'ultimo non dimenticava d'aiutarla.
Dove sono i quaderni? Lascia vedere anche tu...
La bambina li porgeva assai timidamente, sentendo in confuso che in quella bont ci era pure il desiderio di trovare al confronto migliori quegli altri, e preoccupata come d'una sua colpa che potesse capitare il contrario. Ma il gran bacio, che aveva alla fine, la rassicurava del tutto.
Ogni trimestre, c'era in classe una gara di composizione, con pubblica lettura del componimento premiato.
Chi ha avuto il premio?, domandava Bianca Maria.
Vittorio era tra i migliori, ma il premiato sempre un altro.
Un trimestre, avendo domandato a Giacintina, la vide confondersi, balbettare con aria di scusa.
Veramente... non credevo... sarebbe stato pi giusto...
Bianca Maria sorrise, e l'accarezz.
Tu! Brava! Mi fa piacere. Vuol dire che l'hai meritato.
E dentro di s volle confortarsi col pensare che le ragazze hanno di solito una fantasia pi precoce dei maschi. Ma una piccola ombra le rimase sul cuore, tra altre venutele proprio in quei giorni.
Oramai Vittorio si avviava all'adolescenza, richiedeva cure diverse, anche altra compagnia che non fosse solo quella della casa d'Emilia. Le bisognava sistemar gli affari in modo che anche lei avesse assai pi tempo nella propria casa, sgravarsi perci d'una gran parte del suo lavoro quotidiano.
In oltre cinque anni aveva imparato a conoscer cose e persone della fabbrica, scoperto dove potesse trovare capacit e zelo: gi da tempo si giovava in particolar modo d'un vecchio impiegato, che ora avrebbe promosso.
Ma se a queste preoccupazioni trovava riparo, glie ne restavano altre pi intime e inquietanti, non tutte precisabili.
Durante la prima fanciullezza del figlio, le speranze, volte a un futuro lontano, abbracciavano il vago, nascondendo dietro di esso ogni dubbio.
Ora il futuro, divenendo sempre pi vicino, stava per disfarsi dei veli.
Vittorio era ancora assai ragazzo; tuttavia quel segno, quel tal segno che ella coloriva sempre in mente con antica idea di fiaba, ma della cui verit l'avvisava l'anima profonda, sebbene spiato con ardor di desiderio, tardava troppo ad apparire anche nell'accenno pi incerto.
Talora rimproverava s soltanto. Che aspettava mai? Perch chiedergli d'essere per forza uno scrittore, un poeta: proprio questo, e non altro? Iddio sparge i semi a sua volont, e ogni pianta, purch s'inalzi e fiorisca,  benedetta.
Cercava allora qual altro ideale fosse egualmente bello, ma la sua persuasione era velata di rammarico come una penosa rinunzia.
Non poteva incolparne il figlio apertamente. Egli passava senza gravi intoppi da una classe all'altra, bench senza fervore per nessuno degli studii, n per le libere letture: anzi, per nulla che fosse pensiero o sogno.
Sul principiar di maggio, quando Vittorio aveva gi quattordici anni, Bianca Maria tornava una sera dalla fabbrica. Di solito ora vi si tratteneva poco, ma quella volta aveva dovuto indugiare in una lunga inchiesta su d'un impiegato infedele, scoprendo colpe anche d'altri, prove di cupidigia e disonest, che nei dibattiti seguiti le avevan messo in cuore un amaro senso di nausea. Quei vicoli per cui ora andava erano ingombri di donne rissose, d'uomini che giuocando alle carte sugli usci si scambiavano ingiurie; l'aria stessa gi calda le pareva portar diffuso il contagio del volgare, del basso, e inquinarne senza scampo tutta la terra. Ma dalla chiesa di S. Eligio le arrivarono ad un tratto voci oranti in coro e suoni d'organo.
Entr: c'era una gran calca, fanciulle in bianchi veli, per le funzioni del mese mariano.
Subito dal profondo dell'animo le sal una preghiera fervida e dolente, un grido di soccorso alla Madonna perch custodisse il figliuolo al suo sogno.
Sentiva il suono dell'organo, il coro delle voci ebbre ed acute; e tuttavia le sue parole, bisbigliate appena, alzarsi al di sopra di quelli, tanto n'era l'intimo slancio, per salir sole e prime alla Sacra Immagine tra le fiammelle dei ceri sempre pi tremolanti allo sguardo.
Attese poi per parecchi giorni, con una fede quasi infantile, come se dovesse seguir subito la grazia d'una certezza. Poich in quel tempo Vittorio diceva di voler far l'ingegnere, s'augurava di vederlo infervorato dal miraggio di inalzare al cielo archi e colonne, campanili e torri.
Vanamente. Egli intendeva altro: s'immaginava con orgoglio costruttore di macchine o di grosse fabbriche, irte di fumaiuoli, senza nessuna idea d'arte, senza sguardo d'amore per gli album, i libri e le riviste che la madre gli metteva attorno.
Tra la fine del ginnasio e il principio del liceo s'and svogliando anche di quegli studii, nei quali, invece Giacintina avanzava tranquilla e modesta.
Bianca Maria s'impaur, lo temette gi arrestato, dov incitarlo lei stessa a non desistere dal voler diventare quel costruttore di macchine e di fabbriche, della cui immagine s'era prima afflitta in segreto.
Cos il suo sogno man mano decadeva di rinunzia in rinunzia, aggrappandosi ogni volta con maggior tenacia al limite pi basso.
Nello stesso anno anche Giacintina si iscrisse all'Universit, ma ai corsi di Lettere. Seguitava a veder Vittorio quasi ogni giorno, e sorrideva grata, ma tranquilla, quand'egli le consigliava tra serio e scherzoso di non affaticarsi troppo a prender la laurea, perch non le sarebbe servita mai.
Ella aveva cominciato a chiamar "mammetta" Bianca Maria assai prima d'accompagnar questo nome con un pensiero: crescendo, aveva sentito crescere anche gli augurii del cuore senza affrettarsi a convertirli in propositi, nonostante gli accenni che le facevano attorno, ed ancora adesso affidava al tempo, come un seguito naturale, il compito d'annodar per sempre la sua vita e quell'altra, parallele e vicine dall'infanzia.
Ma per quest'intesa, che aveva sempre vagheggiata e a cui ora assisteva contenta, Bianca Maria avrebbe voluto maggior risveglio nel cuore del figlio, pi luce negli occhi, un guizzo almeno di quello slancio e quel fervore ideale che gl'invocava dalla culla. Non faceva nessuna colpa a Giacintina: eppure, nelle lodi per la sua grazia che davvero sbocciava leggiadra, aveva l'aria un po' confusa di volerne stimolare l'abituale semplicit a qualche tratto di lusinga.
Verso i vent'anni Vittorio compr una vetturetta automobile, che guidava lui stesso. Andava quasi sempre da solo o con qualche amico, ma una domenica volle portar Giacintina e la madre in una lunga gita.
Al ritorno si fermarono a fianco d'una ripa silvestre, in un luogo ombroso dove arrivava la brezza dal mare. Era un pomeriggio primaverile: cominciarono a salir tutt'e tre per la ripa, da cui si scorgeva ampio il paesaggio; poi Bianca Maria, un po' affaticata, sedette sull'erba in fiore, mentre i due ragazzi s'inerpicavano sempre pi su, eccitandosi a gara, Giacintina esagerando per vezzo il vacillar del passo, con piccoli gridi. Per un po' li perse di vista, senza mai cessar di seguirne le voci: ad un tratto li vide discendere verso di lei, tutt'e due sorridenti, Vittorio con un braccio intorno alla vita di Giacintina.
Guard il viso del figlio, felice come non gli era mai apparso, corrusco d'una cara rassomiglianza, come sotto il riflesso d'un baleno irreale; e per la prima volta dopo anni ebbe il cuore pago di gioia. Una piccola pietra rotol fino a lei, che subito la raccolse; Giacintina le agitava dinanzi agli occhi la mano, dove Vittorio le aveva messo al dito un anello fatto con un filo d'erba.
Veramente egli parve tornato dalla gita con un altro animo: sollecito di gentili premure verso la giovane compagna, pensoso di andarla a ricercare perfino nelle aule dell'Universit, mai sazio di farle fotografie, come se ne avesse scoperto all'improvviso la bellezza. Avevano a casa un grammofono dimenticato da lungo tempo: ora s'era messo a comprar sempre nuovi dischi di ballabili, e quando Giacintina era rimasta a cena, la tirava dal divano per provar con lei quei balli.
Poi, al cominciar dell'inverno, dopo il cambio della vetturetta con una di tipo pi recente, fu ripreso dal piacere dell'automobilismo. Ripeteva a Giacintina che le avrebbe insegnato a guidare, ma usciva sempre da solo, n si curava pi di trovarsi all'ora del pranzo, nemmeno i giorni di festa.
Bianca Maria, che non aveva mai mancato di benedirlo per la notte coi tre segni di croce in fronte, lo attendeva fino alle ore pi tarde, senz'altro rimprovero che quello tacito della sua persona ancora in piedi. Di solito non si scambiavano molte parole, sebbene egli le dedicasse il tempo di un'altra sigaretta.
Qualche volta discorreva della fabbrica, con accenni di novit da introdurvi, nei quali la madre sospettava seduzioni altrui. Ma non poteva fargli torto: oramai era sul punto di compiere ventun anno, n per questo tradiva poco amorevoli o poco riguardose impazienze.
Una sera ella aveva sul viso un grande scontento, di cui il figlio s'avvide.
Oggi  stato l'onomastico di Giacintina, rispose addolorata.
O dio,  vero! e per il rammarico si percosse la testa, Cercher di rimediar domani con un bel dono. O forse.... forse  meglio lasciar correre. S, voglio dirti la verit, aggiunse un po' confuso, precipitando le parole, ho finito a mio malgrado col persuadermi di non poter amare Giacintina se non da fratello.
Bianca Maria trasal appena, e rest a pensare. Poi disse calma, quasi incoraggiante:
Continua... Non hai qualche altra cosa da farmi sapere?
Egli arross di colpo, sforzandosi di ridere.
Tu indovini... Ma  proprio una buona cosa. Aspettavo l'occasione per parlartene.
Era la figliuola d'un ricco imprenditore di lavori stradali, una ragazza pi grande di lui e non troppo bella, ma assai piacente, educata in collegio e con una dote sicura che valeva il doppio della loro "fabbrichetta".
Giacch la madre taceva, s'indispett leggermente.
Capisco, tu non m'approvi. E anche prima d'ora, mi son dovuto accorgere spesso... Perch? A considerar la mia vita fin oggi, non trovo in che ti sia potuta dispiacere sul serio. Sono stato un ragazzo tranquillo, ho fatto regolarmente i miei studii, sono in via di prendere una laurea difficile. Pur sapendomi non povero, non ho avuto mai capricci costosi, anzi nessuno, tranne quello innocente dell'automobile.
 vero, si disse Bianca Maria, Suo padre ne sarebbe stato contento.
Ma dalle labbra le sal una sola parola:
Giacintina....
Forse anche lei, in fondo, non ha per me se non un affetto di sorella. Del resto, credi agli eterni rimpianti, agli amori senza fine? Fiabe...
Fiabe... ella ripet adagio, e pens per un attimo la copertina d'un libro, con un bel pavone che spiegava la coda sfarzosa.
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5.
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Vittorio si spos un anno dopo, and a stabilirsi col suocero, e intraprese affari con lui disfacendosi della fabbrica.
Bianca Maria continuava a veder Giacintina quasi ogni giorno, l'andava a ricercare in camera, nella casa d'Emilia, nonostante l'aria tacitamente risentita della sua vecchia amica, e s'intratteneva a lungo con lei in un'intesa divenuta pi tenera e profonda.
Quando il padre, ritiratosi dal navigare, ottenne un ufficio in un porto lontano, Giacintina, che gi insegnava, non pot seguir la famiglia, e s'adatt a viver sola.
Bianca Maria l'avrebbe voluta con s, ma ebbe timore di renderla meno libera e forse di premere incautamente sulla sua coperta ferita. Per questo ultimo motivo era assai pi sollecita a farle visita, che ad invitarla.
Spesso la trovava occupata a corregger compiti.
Non mandarmi via, le diceva ogni volta, E lasciami attendere, giacch non ho proprio niente da fare, niente pi.
Le prendeva la testa tra le mani, rimanendo per un po' a fissarla in fronte, dove poi, come soddisfatta, le dava un bacio. Quindi sedeva presso la scrivania, assorta a pensare delle loro due anime, mentre gli occhi le si posavano sempre su quel viso ancora tanto giovane, ancora inspirato nei suoi bei tratti da un'ingenua docilit, ma dove le palpebre con qualche battito pi veloce spargevano ora un'ombra mai prima apparsa, di cui ella, sempre pronta a scorgerla, si sentiva passare il riflesso sul cuore.
Un giorno cav dalla borsa sei fogli ripiegati, e glie li porse.
Vuoi leggere? Son versi.
Giacintina cap dall'inchiostro che su quei fogli era trascorso molto tempo.
E domand piano, con un sottile sorriso:
Chi era Biemme?
Questo non importa, disse Bianca Maria, T'assicuro che non saprei risponderti.
Siccome stava per cominciare ad alta voce, la ferm subito:
No, non cos, non cos, ti prego. Leggi zitta.
A poco a poco, nel guardar la ragazza, che leggendo continuava a sorridere, la fronte le s'inchin.
Che n'era pi di lui? Come il mondo in tanti e tanti anni non glie ne aveva fatto arrivare nemmeno un'eco confusa? Una volta sola, assai tempo prima, aveva sentito dir da Emilia che ad Ischia non era pi apparso.
Ora ad un tratto ne desiderava notizie lunghe e precise, come se dalla storia di quella vita aspettasse la spiegazione della sua, in fondo alla quale le pareva correre un filo continuo ma non rintracciabile.
Giacintina le tese i fogli.
Sono davvero belli, e proprio d'un poeta, sebbene si capisca che doveva essere allora assai giovane. E anche modesto, perch non ha lasciato il nome. Ma quest'altro?
E domand ancora, con lo stesso sottile sorriso:
Chi era Biemme?
Ah, Giacintina, rispose Bianca Maria sorridendo anche lei, non lo so, non lo so.
Ed era vero.
Vedeva il figlio di rado, e non volentieri. Pensava con molto rammarico che anche dalla madre e dal padre era vissuta sempre come distaccata, e credeva di scoprirsi in fondo al cuore una durezza inguaribile.
Non aveva ancora cinquant'anni, ma gi tutti i capelli bianchi e la persona, sebbene diritta, un po' pingue. Cominciava ad avvertire i primi segni dello stesso male di cui era morta sua madre. Ma questo non l'impauriva. Nella sua idea la morte era un fidato riposo, un dolce distendersi nell'abbandono di ogni pensiero e senso, in cui le sarebbe tornata per l'eternit l'eco d'una voce gi udita in una stagione felice: un placido e sempre eguale respiro d'onde dormenti.
...
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FINE.